giovedì 19 gennaio 2012

VACANZE STUDIO - III E PICCANTE PUNTATA

Il riassunto dei post precedenti non lo faccio, perché ho poco tempo.
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Ricordo con angoscia le ore a studiare il tedesco: in me la sensazione che non sarebbe servito a un'emerita ceppa nella mia vita emergeva non appena entrava uno degli insegnanti.
Erano quattro giovani insegnanti per handicappati, ovviamente, insaziabili bevitori di birra e ce n'era uno (che si chiamava con un classico nome tedesco, tipo Hans) che riusciva a farci ridere pur essendo un mangiacrauti.
A distanza di tempo utilizzo l'indicativo presente del verbo essere in tedesco (Ich bin, du bist e così via) nei momenti di siccità, così da umettare qualsiasi cosa attorno tramite gli sputazzi.
Ma, è ovvio ormai, la cosa più importante successa sulle rive del romantico Bodensee, è la prima fidanzata.
Anzi, per citare Tom Waits (da Time, Rain Dogs, un capolavoro) la fiancée, che fa veramente più figo.
Tradendo i mie due amigos di ***, passavo il mio tempo con Furio (ora, Gooooooooooogle dixit, medico sportivo)di una paesino del milanese, dove abitava in via Terra e mi giurava esistessero via Sole, via Mare e via Dallacittàloscemochehafattostacavoloditoponomastica.
Furio se la intendeva con A., veronese e io stavo sprecando il mio tempo appresso a L., una ragazza perugina il cui accento rendeva giustizia all'imitazione di Ravanelli fatta da Gioele Dix.
Una sera in discoteca (forse la penultima volta della mia vita che sono andato in discoteca), mentre un deejay di colore, sapendoci italiani, ci deliziava con l'opera omnia di Toto Cutugno, A. viene da me e comincia a dire che Furio la tratta male di qua, non la capisce di là.
Io monto su la faccia dell'amico comprensivo e, preso il coraggio a quattro mani, le dico se vuole fare una passeggiata.
Lei accetta.
La faccia dell'amico comprensivo deve essere uscita particolarmente bene, perché ci abbracciamo appena fuori il locale e prima di rientrare, quando lei si è sfogata, ci scambiamo qualcosa che somiglia a un bacio.
Seduti di nuovo in discoteca e abbracciando A. in maniera abbastanza appiccicosa per evidenziare la mia conquista, decido che, essendo io un ragazzino ben educato e attento alla forma, devo fare la dichiarazione.
Allora penso:
- "dal primo momento che ti ho vista" non lo posso dire perché è 10 giorni che stiamo qua e non ci siamo quasi cacati di pezza;
- "sei bellissima" non risponde alla verità effettuale, giacché, sforzandosi un tantinello la si poteva definire "un tipo";
- "mi ti caricherei e mi ti ingropperei a zigozago" mi sembrava una frase un po' troppo diretta.
Dopo aver fatto tre respiri profondi, essermi schiarito la voce, e aver messo su lo sguardo 32 barra bis ("te faccio scioglie come un calippo"), dico ad A.: "mi piaci moltissimo".
Lei sorride un poco, come se si fosse aspettata la mia dichiarazione proprio in quei termini, e mi risponde:
"ANCHE A TE".
Io ho un brivido e vorrei chiamare lo sceneggiatore e dire che la risposta giusta era "anche tu", o "anche tu mi piaci davvero tanto" o, in caso di diniego, "brutto sacco di merda sovrappeso"; ma "anche a te" che vuol dire?, che sono il quinto della serata che le fa la dichiarazione?, che c'ho il numeretto come dal salumiere?
Qualcuno mi aiuterebbe a capire?
Fu quello il giorno che compresi che farsi domande sulle donne è inutile e che anche se è giusto essere formali, anche la sostanza non è male.
I giorni successivi, anche senza che la frase venne mai spiegata, senza uno straccio di stele di Rosetta a tradurmi il donnese, furono giorni sereni, a camminare abbracciato sulle rive del Bodensee o baciare i suoi capelli scompigliati dal vento, in una torrida estate tedesca, in mezzo a squadriglie di zanzare.

(breve post scriptum: da quella discoteca Furio uscì accoppiato con L., la perugina; la teoria del complotto non l'ho mai scartata. Fu una vera sciarada scambiarci le donne: e come direbbe Elio: "la nostra vita è una sciarada, sulle prime sembra zzxxyyyyzz e invece è xzzxzzyyyy"

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