NAPOLI –PARTE II
A sfogliata consumata e cappuccino sorbito chiamo un collega: sono le due e cinque e l’appuntamento è alle due.
Il collega mi dice di non preoccuparmi; loro stanno mangiato l’ultimo rustico e tra un quarto d’ora comincerà l’assemblea.
In mezz’ora arrivo al luogo della riunione: via Kerbaker, 100 metri da piazza Vanvitelli, Vomero, Napoli.
Il palazzo è strano: ha un cortile interno che sembra un chiostro (o un hortus conclusus) e per raggiungere alcuni appartamenti bisogna passare per delle balconate.
A Milano si direbbe, se non sbaglio, case di ringhiera.
L’ascensore è lì dai tempi dei Borboni e una signora in ciabatte, molto sorridente e molto straniera (ucraina o giù di lì) mette cinque centesimi nella gettoniera.
Erano vent’anni che non vedevo una gettoniera nell’ascensore.
L’ascensore va così lento che il quarto piano in questo palazzo sta all’ottavo di qualsiasi altro edificio.
L’ucraina o presunta tale si piega e raccoglie cinque centesimi caduti a qualcun altro. Sorride come se avesse dato un senso alla giornata e sciabatta verso una balaustra.
Suono il campanello. Dentro c’è un vocìo, no anzi è proprio un casino.
Mi apre una ragazza sorridente.
Sento un odore niente male.
La sala riunioni è un vortice di piatti e posate di plastica.
Sul tavolo del computer sta una teglia da forno con dentro strozzaprete al sugo con mozzarella di bufala e melanzane.
Non porto l’orologio da un anno e mezzo (e la mia non è una scelta isolata), ma a naso sono le due e trentacinque. L’assemblea dovrebbe essere in pieno svolgimento. Cerco Francesco e Generoso, i miei due colleghi e Dario, l’amministratore.
Stanno mangiando e mi stringono la mano con gli occhi.
Dario ha i capelli più sconvolti dei miei e in questi giorni è quasi impossibile.
I miei capelli sembrano quelli di Tommasi dopo che ha messo le dita nella presa e è stato una mezz’ora nella galleria del vento.
"Servitevi" mi dice un’altra ragazza, a dir poco carina.
Mi servo.
La pasta è così buona che riesco a non guardare nemmeno la ragazza a dir poco carina.
I pezzi di mozzarella filante con all’interno i dadini di melanzane insugate sono a livello di delirio.
Quando il godimento si è attenuato mi rivolgo a Francesco: "Ma non eravate all’ultimo rustico?"
"A quanto pare quella era la prima fase"
Interessante, penso, chissà se questa è la seconda o la terza.
Finisco un primo piatto.
Faccio il bis, peritandomi di servirmi praticamente tutta la restante mozzarella della teglia.
Francesco, che si rivela uomo di mondo, guarda le bibite: acqua, aranciata, coca cola, un Peroncino.
"E voi volete farci mangiare la pasta senza vinello" fa cantilenante.
La ragazza che mi ha aperto la porta lo guarda quasi offesa, poi esce dalla stanza.
Dopo cinque minuti torna con due bottiglie di rosso campano. Il Paracarro, mio personale sommelier, non avrebbe raggiunto l’orgasmo, ma forse in cinque minuti, al lordo dei tre minuti per fare i quattro piani in ascensore, era il massimo risultato possibile.
Si apre la carta di un vassoio. Rustici. E’ la terza fase. Scompaiono rapidamente.
Campeggia al centro del tavolo del computer una strana cosa che assomiglia ad una brioche. Francesco la snobba. Generoso che è uomo di mondo più di Francesco mi dice che jel’ammolla (Generoso è di Roma).
In origine era probabilmente un semicerchio di brioche con pezzi di prosciutto e uovo, diviso in una ventina di troncoconi; al mio arrivo ne mancano cinque di troncoconi. Generoso mi fa compagnia per il primo.
I residui tre sono mio esclusivo appannaggio.
Coi bicchieri di rosso io e Generoso cerchiamo aria fresca sul balcone.
E’ tre per uno e dà su via Kerbaker, Vomero.
Sono le tre ormai e l’assemblea dovrebbe volgere al termine.
Per la verità a un certo punto dovrebbe arrivare un notaio, ma finora non c’è traccia.
"Guarda là"
Generoso mi addita una finestra del terzo piano del palazzo di fronte: dietro c’è una signora che deve ricordare a fatica i suoi ottant’anni. Ha uno scialle di lana e sta sferruzzando.
"Secondo me la offre la Pro Loco" ride Generoso.
"E’ o’vèro" dico io che appena metto piede a Napoli, mi viene un attacco di o’vèro, vabbuono, praticamènte, chiavica, sfaccimm’ e uallera.
"Mi ricorda FFSS di Renzo Arbore, quando lui va a Milano e calpestano uno steso per terra. Lei che fa per terra? chiede Arbore e lui risponde ‘mi paga la Pro Loco per dire che a Milano uno può stare a terra anche un mese tanto nessuno se lo fila"
Vedo Generoso una, due volte l’anno e tutte le volte mi dà l’idea (ed è la seconda volta in un’ora) che si tratti di una persona con la quale ci si capisce al volo; la prima volta che ci siamo incontrati, dopo venti minuti ci scambiavamo titoli di gialli imperdibili. Lui ha l’aria di uno che nonostante tutto non si farebbe ammazzare per un nuovo lucroso cliente, ma non è un fesso. Quando dice qualcosa di tecnico fa capire che è molto più che ben solido, anzi che jel’ammolla.
"Stavo a prendere il caffè, al bar qua sotto" mi fa "e al primo sorso mi squilla il cellulare. Rispondo e bevo. Finisco di bere e il barista mi dice: ‘Dottò, voi non dovevate rispondere al telefonino. Quello, il caffè, è un rito e voi lo sprecate in quel modo’. Ti giuro, mi ha umiliato; ancora non mi sono ripreso" Ridiamo.
Guardiamo verso la stanza.
E’ arrivato il notaio. Io sono sovrappeso e anche Generoso non scherza: il notaio però è grasso; anzi, no, è opulento.
E’ uno di quei grassi che gode a essere grasso, e la sua ciccia sprizza salute da tutti i lipidi.
Ha la pelle del viso così levigata da essere lucida; dubito che abbia mai lavorato con le mani; penso che abbia un valletto che batte sul computer sotto dettatura, mentre la manicure gli dà di lima.
L’ultimo piatto di strozzaprete è suo.
Sono le tre e un quarto, ormai.
L’ultimo vassoio (la fase quattro?) è pieno di mignon. Sfogliate, babà; manca lo spumante; o meglio c’è ma non era in fresco e li perdoniamo.
Leccando le dita della crema di una zeppola, esco con Generoso sul balcone: dopo quello che abbiamo mangiato sembra più un collaudo statico che un modo per prendere aria.
Su un balcone un signore in canotta e pantaloncini sta seduto su una sdraio nell’unico metro quadrato raggiunto dal sole; da un secondo piano calano il cestello di vimini, che poi torna su con una pagnotta e un involucro con degli affettati.
E’ ovvio, penso tra me e me, qua stiamo in una sorta di Scherzi a parte della Pro loco. Fra un po’ da sopra a San Martino scende la Iervolino vestita da Pulcinella e Bassolino bussa alla porta e poi entrando chiede a tutti "Te piace o’ presepe?".
Alle tre e trentacinque comincia qualcosa che assomiglia ad un’assemblea. In realtà la parte dura del lavoro l’abbiamo già fatta e quindi è il notaio che dovrebbe leggere la sua parte.
Chiunque è stato per più di una volta dal Notaio sa che comincia con un bel Repubblica Italiana e poi giù giù legge tutto l’atto e poi adde se aggiunge e dele se cancella.
Deve essere il vino, deve essere la temperatura estiva, ma dieci minuti dopo mi alzo con la sensazione che il Notaio non abbia letto quasi nulla.
Saluto Generoso; ci memorizziamo i numeri di telefonino. Sta leggendo l’ultimo Camilleri; io gli consiglio Carofiglio (tre libri letti tra il 23 e il 25 aprile, mica pifferi).
Alle quattro me ne vado; stringo mani, sorrido a sorrisi, l’aria sa di melanzane, di caffè di moka.
Una risata enorme e satolla riempie l’anticamera. E’ il Notaio. L’hanno pagato.
Scendo a piedi, cosa che non faccio mai, ma ho troppo lavoro per il resto della serata e quindi devo scappare.
Nel cortile o chiostro c’ è uno strano silenzio e non c’è nessuno.
Esco dal palazzo, una macchina vecchia di trent’anni, forse addirittura una Talbot Solara nocciola, sta in doppia fila davanti ai cassonetti.
Da dentro la macchina, inconfondibile e indiscutibile, Pino Daniele.
Ovviamente "Napul’è ‘na carta spuorca e nisciuno se n’impuorta"
Alzo la testa e cerco quella cavolo di telecamera della Pro loco.
Arrivo alla macchina e come all’andata mi chiudo dentro, aria condizionata a palla. In un labirinto con cartelli pochi e in linea di massima storti e scalcagnati, grazie al cielo non mi perdo e arrivo in Tangenziale.
Quando arrivo al viadotto, rallento: il porto, gli incredibili grattacieli del centro direzionale, un enorme palazzo color ocra sventrato e abbandonato, dalle parti della stazione, il Jolly Hotel, palazzi, troppi, cemento, dappertutto, da qui il cemento copre tutto, fino a quasi mezzo Vesuvio.
Cerco in mare qualcosa di puro, di naturale, una barca a vela, ad esempio, ma in mare, oltre a Capri, non c’è niente.
Ma per perdermi dentro allo spettacolo, alla mia paura della città obliqua, ho rallentato troppo.
Un clackson mi riporta alla realtà, alla mia strada.
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