sabato 21 gennaio 2012

01/05/2005

NAPOLI

Giusto un annetto fa me ne andavo per Roma.
Ho usato lo stesso metodo per Napoli. Finestrini chiusi, aria condizionata a palla, sicure abbassate.

Esco dalla tangenziale all'Arenella, dopo uno squarcio sopra un viadotto, verso il mare, i monti della Penisola sorrentina e Capri, in mezzo al golfo.
Napoli mi ha sempre fatto paura. Tutte le città oblique mi fanno paura.
Tutte le città che si appendono alle pendici di colline, montagne, dislivelli e vanno giù verso il mare, coi cortili dei palazzi che sono in faccia all'ultimo piano del palazzo subito più in basso.

A Napoli gli spazi sono stretti, ancora più stretti di Genova, la strana gemella del nord, con quei grattacieli a forma di matita e gli svincoli che sembrano costruiti a tutti i costi per stupire.
Le strade sono strette, le macchine mi stanno addosso: ho vissuto otto mesi a Napoli e non mi ricordavo più che le macchine e i motorini a Napoli ti possono passare a destra e a sinistra, ma anche sopra e sotto.

La giornata di fine aprile è giugno inoltrato.
Piazza Vanvitelli ha una metà al sole, vuota e una metà all'ombra, stracolma di ragazzi delle superiori dagli occhiali improbabili e dai ciuffi che sfidano la forza di gravità; le ragazze hanno ombelichi al vento e canotte consone alla temperatura.

Io sono l'unica persona nell'intero comune di Napoli con la giacca di lana.

Il caffè e un cappuccino con una sfogliata, dentro un bar che sembra una serra per i fiori: grondo sudore nella sorpresa dello spazio aperto e pulito di via Scarlatti, in quelle strane Prospettive Nevskij a saliscendi che partono a raggiera da piazza Vanvitelli.

I discorsi che faccio, che facciamo, sono la dimostrazione che le persone che si incontrano tutti i giorni li chiamiamo amici per abitudine, perché sono fisicamente vicini e non perché sono i migliori che si potrebbero avere.

Quando smetto di sudare e mi scrosto la scorza esce qualcosa di più vero e di più semplice di tante situazioni complicate.
Quando smetto di sentirmi straniero in terra straniera, esce un mestesso spontaneo che sa che si può fidare.

FINE PRIMA PARTE

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