giovedì 19 gennaio 2012

MERDA MERDA MERDA
Parte III
E' inutile fare il riassunto dei post precedenti, perché sono brevi e stanno subito sotto.
L'anno dopo il primo spettacolo, Ugo, io mi imbarco nella già richiamata avventura napoletana (emigrante? sì) e ciononostante mi chiedono di partecipare al primo esempio di sequel in teatro: Ugo 2 La Vendetta.
Il problema è che materiale carino come in Ugo non ce n'è e chiedono a me e al caporedattore di provare a scrivere un testo comico.
La storia era più o meno questa: i due autori di Ugo 1 stanno al tavolo (ve l'avevo detto che era metateatro...) cercando di scrivere il seguito di Ugo, ma uno dei due, attaccato da una parrucca volante (quella di Maria Teresa Ruta, per intenderci e chi non legge i due post precedenti non ci capisce una mazza), diviene un posseduto.
Per liberarlo l'altro si rivolge al suo vecchio santone, il professor Majalosky (che, stante la mia stazza, ero io)che consiglia di andare dapprima da uno scenziato, il dottor Livingstone, che fallisce miseramente e poi di rivolgersi a una maga che ha in realtà un banco di frutta e verdura in un mercato rionale, dove si serve il parrucchiere gay, nel cui salone si svolge la scena finale, di cui al momento non ricordo un fico secco (anche se parrucchiere e parrucca dovrebbero essere legati in qualche modo).
Va da sé che Woody Allen non mi ha telefonato per chiedermi se gli cedevo i diritti.

La sera della "prima" succede di tutto:
- il phon della sciampista all'inizio della scena del parrucchiere non si accende;
- la luce nel salone del parrucchiere non si accende (e si sente dal camerino una bestemmia diretta al patrono locale, il quale prontamente ricambiava lasciandoci al buio per buoni due minuti);
- il professor Majalosky si scorda di uscire al momento giusto nella scena-madre e le sette-persone-sette in scena giocano per trenta secondi alle belle statuine
- la battuta migliore la dicevo io quando incontravo il dottor Livingstone e era ovviamente: "Il dottor Livingstone, suppongo"

In teatro, ve lo giuro, c'era il noto attore televisivo Giulio Sc., allora non così noto, il quale, nella cena successiva all'esibizione, restava pallido e assorto (che citazione hi-level), non spiccicando parola, tanto da far pensare a una paresi.
Un nostro amico, di una compagnia teatrale concorrente, alla mia domanda "Che te ne è parso?", rispondeva "Faceva ridere".
E' ovvio che l'obiettivo di ogni commedia messa in scena è di far ridere, ma penso (e lì pensai, stante il ghigno malefico alla Moggi, dipinto sul suo volto) che la frase doveva essere interpretata diversamente.
Le repliche furono fiacche e le ragazze avevano preteso una tenda al di là della quale cambiarsi.
Fu così che finì la mia avventura come attore.

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