giovedì 19 gennaio 2012

NON E' MAI TROPPO TARDI PER AVERE UN'INFANZIA FELICE

La frase molto arguta qua sopra è di Beppe Severgnini; la mia infanzia, da qualche parte l'ho già detto, non è stata male, anche se essere chiamato Mozzarella (o Treccia o Mozary) dagli amici di *** e Maria Forbice (questa la spiego più avanti) dagli amici del mare, non mi faceva stare ogni momento di buon'umore.
Del resto, ero il classico bambino saputello, paffutello, con capello a caschetto e, normalmente ero il più piccolo della compagnia.
E' questo uno dei motivi del fatto che io sono un fautore del qui-ed-ora, anche perché, nonostante H.G. Wells, macchine del tempo non ce ne stanno e frasi del tipo 'vorrei avere diciott'anni, ma con la testa di adesso', lasciano il tempo che trovano e cioè, come diceva Bergonzoni, se è bello resta bello e se piove resta piove.
Io ci aggiungo di mio soltanto che per chi, come me, ha buona memoria, la cosa peggiore sono i cattivi ricordi.

Pur riconoscendo che la premessa è prolissa e articolata, vado al dunque.
Ci sono delle cose che rimpiango, di quand'ero bambino (intendendo con tale espressione la fascia che va dal primo 'mamma' al primo 'vaffanculo', che per me si data attorno ai 12 anni).
Faccio una breve pausa ricordando la battuta, non mia, secondo la quale le fasi della vita di una donna sono 5: bambina, adolescente, giovane donna, giovane donna e giovane donna.
Ecco, le fasi della vita di un uomo: sono bambino (a ***: uttro), ragazzo (a ***: bardascio), uomo, e a questo punto la situazione si biforca: qualora abbia i soldi diventa un brizzolato distinto e qualora sia un poveraccio diventa un vecchiaccio bavoso.

Ma la sto facendo più lunga dell'agonia del governo berlusconi.
Ecco la prima lista delle cose che rimpiango di quando ero bambino.

1. GIOCHI SENZA FRONTIERE
Qua ci vorrebbe la musica, perché già la sigla era stupenda: tattara-ta tattara-ta, tattara-tàttara-tarà, tattatarataratà.
E poi Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi.
Soprattutto Gennaro Olivieri, che da uno che si chiama Gennaro uno si apettava invece di "Attention, trois, deux, un, fììì (fììì è il fischio del fischietto)" un bel "Oiné, guagliò, mo' partimme: tre, due, uno, Iamme!!!".
Il dubbio penso sia venuto a tutti: che facevano nella vita i due simpatici sfizzeri dal nome italico: erano due carpentieri di Bellinzona di bella presenza o erano, che so, due funzionari dell'Intendenza di Finanza? E poi, si potevano comprare come due arbitri italiani o erano incorruttibili?
L'altra domanda che sorgeva spontanea era: perché la squadra italiana si giocava il jolly sempre nel gioco in cui faceva più schifo?
So che c'è stata qualche altra edizione negli ultimi anni, va a finire, anzi, che lo fanno ancora, ma quando sentivo la sigla di Giochi senza frontiere ero emozionato come quando sento l'inno di Mameli, prima della partita della Nazionale (ante-Trap, of course)

2. LE PISTE PER LE PALLINE
Qualche domenica fa vedo sulla spiaggia tre o quattro bambini che facevano una pista col tallone, mettevano due o tre buchette e prendevano tre palline, di quelle di gomma che ci si gioca pure a racchettoni.
L'avrei picchiati, l'avrei costretti all'ascolto forzato di Dragostea Din Tei per undici anni senza soluzione di continuità.
Noi facevamo le piste scendendo sulla spiaggia alle dieci la mattina, per cominciare la gara alle undici: la pista si faceva trascinando il partecipante più grasso (e quindi me) per i piedi e doveva essere così arzigogolata che un ragionamento a braccio di silvio b. sembra un rettilineo in confronto; la parabolica più bassa doveva per legge superare il metro e doveva passare il vaglio del Genio Civile; i tunnel li progettava Lunardi e per i ponti era necessario presentare una settimana prima lo studio di fattibilità.
E le palline era quelle dei ciclisti: Baronchelli, Bitossi, Gosta Petterson e il mio Goodefrot, una pippa olandese che aveva raggranellato qualche apparizione a qualche Tour, ma che sulle paraboliche di sabbia filava come un razzo.
Il campionato durava tanti giorni quante erano le gare di Formula 1 e si davano i punteggi a scalare.
La cosa più bella era, a mezzogiorno e mezza, ormai impanati di sabbia, distruggere quella meraviglia dell'ingegneria e buttarsi a mare.

FINE PRIMA PARTE

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