DEL PERCHE’ SCRIVERE UNA AUTOBIOGRAFIA SE SI E’ UNA PERSONA NORMALE
(è un post un po' triste, ma che ci volete fare)
Il libro di Economia Politica (24) su cui ho studiato era il Samuelson.
Ora, per essere onesti, io di Economia Politica non ho mai capito un classico ed emerito, ed ancora oggi non so qual e’ la differenza tra macroeconomia e microeconomia, tanto quanto non ho mai capito la differenza, se c’e’, tra il cricket e il croquet.
All’inizio di ogni capitolo, pero’, il suddetto Samuelson metteva delle frasette fenomenali che Gino e Michele dovrebbero leggersele tutte.
Ora come ora non sono in grado di riferirne molte, perche’ il libro o l’ho bruciato in una meravigliosa pira purificatrice o, molto piu’ probabilmente, l’ho venduto.
Mi ricordo pero’ un tale che diceva che “In economia tutte le frasi brevi sono fallaci (con la possibile eccezione di questa mia)” o il dialogo tra un primo ministro inglese (che so, Cronwell o Disraeli) e Faraday (o comunque qualcuno che ci aveva a che fare con l’elettricita’): Il primo ministro chiede a Faraday (o comunque etc. … ): “Bella questa storia dell’elettricita’. Ma a che serve?”; e Faraday (o chi stracazzo era): “Be’ mettiamola cosi’: un giorno ci potrete mettere sopra una tassa”.
Poi ce n’era un’altra, che per la verita’ non vorrei che fosse in un altro libro, ma anche se fosse cosi’, chissene, che faceva piu’ o meno cosi’: “Il buon dio deve adorare la gente normale: guardate quanta ne ha creata!”.
Ecco, rassegnarsi ad essere uno dei tanti favoriti dal buon dio (scrivo minuscolo dio, perche’ in questo capitolo lo intendo come singolare di dei. La verita’ e’ che non so se Dio con la maiuscola esiste e nel dubbio preferisco non disturbarlo), e’ stata la cosa piu’ dura che ho dovuto sopportare.
Alle elementari, dalle suore (mandare i figli a scuola dalle suore e’ sempre il miglior metodo per farli venire su miscredenti), la mia insegnante - suora mi diceva sempre: “Stefano, ringrazia il Signore (qua metto la maiuscola, perche’ sta parlando la suora) che ti ha dato piu’ talenti degli altri”. Ripetendo questa frase a giorni alterni, con l’eccezione delle feste comandate e ad ogni possibile occasione, ancorche’ inconferente, la suora, cui nonostante tutto sono ancora affezionato, mi ha semplicemente rovinato.
Non voglio dire che crisi di panico o quant’altro siano colpa sua, ma dire a un ragazzino di sette, otto, nove anni di avere piu’ talenti degli altri, lo porta inesorabilmente verso il delirio di onnipotenza ed il complesso di superiorita’, che, pur essendo un oscuro omarino che sbiascica numeretti e leggine in una citta’ di infinita provincia, continua a contrassegnarmi.
Questa situazione, pero’, non vuol dire che possa avere meno universalita’ (forse ho un po’ esagerato) la descrizione di una vita normale del racconto di quella di un genio matematico afflitto da schizofrenia o di un grande condottiero, vincitore di mille battaglie, a spese del sacrificio della carne da cannone, che moriva in nome e per conto suo.
Gli straordinari sono appunto non ordinari ed a loro lasciamo il ruolo di lasciare un’impronta straordinaria sull’orbe terracqueo.
Noi siamo quasi tutti, siamo quelli che dobbiamo accontentarci di un chinotto Neri, della vittoria ai mondiali dell’82, della sconfitta di berlusconi (quella definitiva non c’e ancora stata, e siamo qui a sperare), di qualche riconoscimento professionale, per cercare di dare un senso a quel senso di infinita vanita’ del tutto che ci accompagna.
La mia vita sovrappeso e’ il disincanto di chi sperava di essere il centro del mondo e deve ringraziare il caso di non esserne, scusate la franchezza, il buco del culo.
Se si riesce a vivere questo disincanto senza fare ricorso eccessivo agli psicofarmaci, allora probabilmente qualche straccio di felicita’ ce la potremmo guadagnare. Questo e’ il senso di quello che scrivo, fare un manuale di ricerca di piccole perle in un’immensa marea di fanghiglia.
Il resto, mancia.
(vabbè, domé, ho capito, lunedì ricomincio il diario di silvio b.)
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