giovedì 19 gennaio 2012

DALLA MIA AUTOBIOGRAFIA
DELLE 12 SEDUTE
Lo ammetto, avevo le crisi di panico.
Ce l’avevo soprattutto dopo aver giocato a calcetto, quando ansimando come un mantice e sudato come un bue (i buoi sudano? Mah, è che dà l’idea di un animale extralarge…), facevo la doccia e poi mi stravaccavo (strabuavo?) negli spogliatoi.
La mente si liberava di tutto e, invece di sentirmi rilassato e felice, la mente si riempiva di pensieri luttuosi e nefandi. E’ vero, dovrei esprimermi in maniera più diretta: Wooduy Allen diceva di credere solo in due cose, nel sesso e nel decesso: ecco io in quei momenti, chissà perché, del sesso mi dimenticavo e l’altro elemento mi trascinava in un bel gorgo.
Insomma, mi mettevo a urlare e la terza volta che l’ho fatto, la scusa di aver preso la scossa con il phon (o il fono, o come cavolo si chiama) non ha retto più.
Col senno di poi mi chiedo per quale motivo ho insistito per un paio di lustri a giocare a calcetto, giacché, stante la mia stazza, per essere mobile avrebbero dovuto applicarmi due stecche sui fianchi, come gli omini blu e rossi del calciobalilla; ovviamente senza dimenticare la volta che mi sono fatto secca la caviglia.
Comunque, dopo aver gridato in campo, ma non per incitare i compagni, gridato nel parcheggio del circolo, ma non per questione di manovra e nello spogliatoio, ma non perché era entrata Nicole Kidman nuda, ho deciso che era il caso di provare a chiedere assistenza psicologica.
Ora, se abitate in una piccola città di provincia nell’Italia centromeridionale e andate dallo psicologo, dopo un po’ al vostro passaggio durante lo struscio, capannelli di benpensanti si metteranno a sussurrare: “Lo sapete che è matto, va dal dottore dei pazzi”, e gli risponderanno, “Eh ma io l’avevo già capito”, perché qualche segnale dovevo averlo già dato.
Per cui ero un po’ titubante; poi qualcuno mi segnala una psicologa della Usl e io verso 70.000 Lire e lo Stato mi garantisce 12 sedute di psicoterapia.
In una bella giornata di primavera varco perciò il cancello del manicomio di *+* (posto vicino a ***, ma ovviamente diverso sia da *** che da *^*): in mente ho Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma in giro non vedo lobotomizzati, né indiani, né infermiere sadiche.
Alle 11 è il mio turno e già mio chiedo se il divano sarà comodo, se lo psicologo sarà freudiano, junghiano o anstaltiano (non che sappia qualcosa delle tre correnti che ho citato: è che so che esistono e volevo fare il fighetto a far vedere che le conosco), come sarà il transfert.
Una voce mi dice: “Si accomodi” e io entro in una stanza.
C’è una scrivania, anzi una cattedra, per la precisione, con una sedia di vilpelle; di fronte (ma non doveva essere dietro o a fianco?) una sedia di plastica, di quelle che si mettono sui balconi e che si portano, impilate, nelle feste in giardino.
La finestra dà su un muro di contenimento; gli infissi devono essere stati montati già scrostati.
Nella stanza, dipinta di verdolino ospedale, aleggia la scritta “benvenuti all’assistenza psicologica pubblica”.
FINE PRIMA PUNTATA

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