DALLA MIA AUTOBIOGRAFIA: IL PRIMO GIORNO DI QUARTO GINNASIO
Quelli del liceo mi sembrano ancora anni felici e la felicita’ di allora, a anni di distanza, diventa invidia per il me stesso quindic-sedic-diciassett-enne, che mi viene da strapparmi a mazzetti i peli bianchi sul petto.
Ma se mi ricordo il primo giorno di ginnasio mi ricordo per quale motivo da quel giorno ho lasciato per sempre il Tabaccaio e gli amici di mio fratello.
Mio fratello faceva il primo liceo e nel giro di due o tre palazzi c’erano due o tre suoi compagni di classe, piu’ Erio, che stava in quinto, e cosi’ via. Insomma mi convinco che per il primo giorno di quarto e’ il caso che i sei minuti a piedi che mi separano dal Liceo li faccia con mio fratello e con i suoi amici. Cosi’ verso le otto e dieci io e mio fratello scendiamo da casa: indossavo, lo giuro su Marx, blu jeans, scarpe college blu, maglietta da tennis a strisce rosse e blu marca John Newcombe e maglioncino blu senza maniche.
Dopo un paio di minuti, sotto il palazzo di fronte, ci siamo tutti, io e mio fratello, Erio, Fabio: manca solo Fabrizio. Le otto e dieci si fanno le otto e un quarto; le otto e un quarto si fanno le otto e venti; le otto e venti si fanno le otto e venticinque (capito il meccanismo?).
Insomma alle otto e mezzo, quando la campanella dovrebbe stare a trillare, siamo ancora sotto casa, ad aspettare Fabrizio.
Quando alle otto e trentadue (la fissazione di dire l’ora precisa, tipo le otto e trantedue o le dieci e cinquntatre’ e’ arrivata dal Giappone insieme agli orologi digitali, alla fine degli anni 70; prima di allora coi quadranti, l’orologio bisognava saperlo leggere ed ordinariamente esistevano quattro punti di riferimento e basta)
ci muoviamo da sotto casa, comincio a temere che si realizzera’ l’incubo per antonomasia dello studente medio (inteso sia come medio inferiore che come medio superiore (Nota per il mio traduttore in norvegese: non so se questo brillante gioco di parole sia traducibile. Qualora non lo sia, mi raccomando, scrivi cosi’: “Gioco di parole intraducibile (N.d.T.)”. ) .
Alle otto e trentotto, sei minuti e centododici gradini dopo (per arrivare al Liceo ci volevano centododici gradini, che oggi solo a pensare alla prima rampa sogno la tenda a ossigeno), arriviamo sotto la Minerva che campeggia sul portone del Liceo. A campana gia’ suonata saluto quel bastardo di Fabrizio (a tombola e’ 88 per via della sua miopia).
Vado in un corridoio vuoto e gelidamente silenzioso verso la mia aula.
Il silenzio e’ gelido e vuoto, non e’ come quel ronzio che c’e’ nel silenzio di notte.
IV B.
Busso.
“Avanti”.
Entro.
Tossisco un qualche “Buon coff (nei cartoni animati la tosse si dice coff?) giorno. Scusi”
Incubo.
Realta’:
A. Non conosco nessuno
B. E’ libero solo il primo banco
Ho fatto un anno al primo banco.
E’ stato l’ultimo giorno della mia vita in cui ho condiviso gli amici con mio fratello.
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