giovedì 19 gennaio 2012

DALLA MIA AUTOBIOGRAFIA – L’ETE DE NOS QUINZE ANS
Ispirata da mpispf – e a lei dedicata
Qualche anno fa girava un filmetto francese che si intitolava “L’été de nos quinze ans”, la cui traduzione dal francese è in via pratica la trama del film. Io, in qualità di vecchio porco, del film mi ricordo due (presunte) quindicenni in topless in piscina e ripenso che le quindicenni che frequentavo io quando avevo quindici anni se avessero potuto, si sarebbero messi quei costumi anni 30 a righe lunghi fino al menisco.
Ma, come sempre, sto divagando.
E’ che ho letto qualche tempo fa di una persona appassionata di scacchi e mi è venuta in mente la primavera dei miei sedici anni, che non è l’estate dei miei quindici anni, ma qualche stagione dopo.
Sì perché la primavera dei miei sedici anni, io dovrei ricordarmela come barchetta in balia delle tempeste ormonali, mi dovrei ricordare pomiciate, ragazze, sesso, droga e rock and roll (di questi ultimi tre elementi, uno era presente nella mia vita, e forse – sfiga!- è abbastanza evidente quale): ebbene io ho passato la primavera dei miei sedici anni al circolo scacchistico.
Devo fare una precisazione: io a sedici anni facevo il secondo liceo classico e chi ha un po’ di voglia di fare due conti capisce immediatamente che io sono uno dei pochi sfigati in Italia che non si è mai firmato una giustificazione da solo, giacché una commissione mi considerò maturo quattro mesi prima dei diciott’anni.
Beh, è che sono andato a scuola che non avevo ancora compiuto cinque anni, a sei anni conoscevo a memoria tutte le capitali del mondo, a otto anni recitavo il 5 maggio in sanscrito e, ovviamente, a dieci anni ero un uomo finito.
Quindi, primavera del secondo liceo, prescindendo dalla mia età, qualsiasi esponente del sesso maschile dovrebbe cercare di passare per dettato costituzionale tutto il tempo libero in una delle occupazioni già citate e non all’interno del circolo scacchistico.
Gli scacchi erano entrati nella nostra vita un po’ di soppiatto: tutti sapevano giocarci e, giacché eravamo studenti brillanti senza particolare sforzo (e questo è vero), molti pomeriggi sin dal quarto ginnasio furono passati con una scacchiera davanti.
All’epoca della primavera al circolo scacchistico, la situazione era la seguente:
 In gita scolastica, nelle grandi città, Andrea andava in giro esclusivamente alla ricerca di manuali di scacchi sempre più sofisticati, trascurando monumenti, compagne di classe e così via
 Leggevamo libri assurdi, tipo un giallo, in cui i successivi omicidi non erano altro che la trasposizione di una mitica partita tra Steinitz e Cigorino (sono i nomi di due scacchisti di fine 800, lo giuro)
 Il fatto di essere tutti comunisti ci impediva di apprezzare in pieno il genio dell’americano Fischer e dovevamo apprezzare anche la gelida tecnica di Spassky e Karpov, salvo poi aprire a Kassparov, come precursore della perestroika (cazzo, quante volte abbiamo sentito dire di glasnost e di perestroika, dieci e poco più anni fa...)
 Pasquale, quando non si abbandonava agli AC DC e agli Iron Maiden (c’entra qualcosa il metallo pesante con gli scacchi?) cantava una sua versione de La spagnola che faceva così:

Stretti stretti, pedone col pedon
la spagnola si gioca così
la variante che dà emozion”

 La cosa più sensuale che abbiamo sentito per un po’ di tempo era la frase “gambetto di donna”
 e2-e4 e e7-e5 non era battaglia navale
 Quando insegnai a mia sorella a giocare, alla prima partita mi disse “Mica sono scema che muovo il pedone davanti al re”: volevo passarla a fil di spada

In realtà già alla fine di marzo di quell’anno io mi ero un po’ raffreddato: anche se essere intellettuale di sinistra mi faceva rifuggire dai giochi guerrafondai e di fortuna (ci sono i dadi) come Risiko, e non riuscendo a raggiungere il numero minimo di 3 per una sacrosanta sfida a Scarabeo (di cui spero vi sia una versione on line), ero il più scarso del gruppo e a volte facevo mosse dissennate tipo sacrificare la donna solo per vedere la faccia dell’avversario, che pensava che avessi trovato una serie geniale (e non che dopo due ore mi fossi rotto le Ballons de Vosges), o avere come unico scopo della partita quello di fare l’arrocco lungo, perché era più originale.
Il circolo, nel quale le uniche due donne ammesse (o mai entrate) erano una bianca e una nera e alte ambedue qualche centimetro, aveva poi alcuni personaggi per noi incredibili: intanto avevano tutti almeno 10 anni più di noi e la differenza tra un sedicenne e un ventisettenne è molto più larga di quella che c’è tra un trentenne e un quarantenne; ma alcuni erano proprio strani: c’era J., uno dei dieci ebrei della nostra città, che discettava di filosofia teoretica (o di qualcosa di parimenti astruso, per me), M. e M. non ricordo se cugini o fratelli, che a vederli adesso paiono (celibi ad un’età non adolescenziale) degna conseguenza di quelle primavere di privazioni e con l’aria di chi ancora oggi preferisce risolvere il problema della settimana su La settimana enigmistica, piuttosto che andarsi a fare un aperitivo con gli amici o qualcosa di meglio.

Attorno al 10 aprile, quella primavera era diventata troppo calda ed il numero di ragazze mai viste, gemme spuntate chissà dove, fuori da un gelido inverno, era tale da essere diventato per me insopportabile; se proprio dovevo starmene al coperto, preferii optare per la sala giochi, dove la percentuale di ragazze era se non alta, quantomeno ragionevole.
So che loro, almeno Andrea e Pasquale, giocano ancora; io, a volte ci ho provato, ma tutte le volte che dopo e2-e4 e e7-e5, mi concentravo un po’ di più, anche in pieno novembre, sentivo una brezza calda scompigliarmi i capelli, e chiudendo gli occhi, invece della difesa francese, spuntavano due ragazze, di spalle, camminare dondolando quel meraviglioso pendolo che dà il tempo al mondo.

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