BARCELLONA POZZO DI GOTTO
Voglio rassicurare coloro che hanno espresso dubbi: quasi tutte le volte che ci sedevamo in qualche bar sulle Ramblas, arrivava qualcuno che ci prendeva per i cugini poveri del sottosegretario Micciché.
Una sera, il record: una signora sulla quarantina non tailleurata ma quasi, passa, ci guarda, va oltre, poi ci ripensa, prende una sedia, si siede al nostro tavolino e poi, con aria cameratesca ci fa: "Ehi allora ragazzi,che volete, fumo, hashish".
Dei tre l'unico che aveva mai fumato una sigaretta ero stato io, a tredici anni e quando dico una sigaretta, intendo una di numero.
Gli altri due, per motivi di coerenza, non mangiavano nemmeno sigarette di gomma americana.
Noi rifiutiamo educatamente e la signora se ne va, non dopo averci educatamente salutato con l'ossequio che un barista riserva ai clienti abituali.
Comunque, niente: non riuscivamo a convencerci di essere capitati in un paradiso del divertimento naturale e artificiale e evitammo accuratamente discoteche e simili, riuscendo raramente a andare a dormire dopo le 10.
Insomma in via pratica facevamo a Barcellona in Catalunya, la vita che avremmo fatto a Barcellona Pozzo di Gotto (Me); anzi, secondo il paracarro che va spesso da questi ultimi lidi, la vita notturna a B.P.D.G. è tutt'altro che male.
La verità è che eravamo così scazzati che ci alzavamo a fatica e che in realtà anche di monumenti ne vedemmo pochi: la chiesa progettata da Gaudì, il parco progettato da Gaudì, la casa natale di Gaudì, la casa del giardiniere del medico condotto di Gaudì e così via.
Non vedemmo nemmeno la cattedrale perché io avevo portato solo i pantaloncini corti e non mi ci facevano entrare e pesando una paio di dozzine di chili in più dei miei amici non potetti ususfruire nemmeno di un capo in prestito.
Decidemmo di andare in Costa Brava a Roses, dove invece di Gaudì tutto ricordava Dalì (o Picasso, insomma qualcuno che scarabocchiava), mi sembra, perché era nato a Figueres. Io andai a comprare i biglietti per il treno e in fila per incontrare i biglietti incontrai una tedesca, bionda e con occhiale da intellettuale.
Provai a abbordarla in inglese, ma lei l'inglese lo sapeva e io no.
Provai col francese, ad esempio continuando per minuti a fare "Bon pf" sputando aria dalle guance come fanno i francesi due-tremila volte al giorno.
Purtroppo loro andavano a Ibiza e io all'epoca non avevo ancora letto Due di due di Andrea De Carlo, nel pezzo in cui i due protagonisti conoscono delle ragazze su un traghetto e decidono di andare su un'isola (Lesvos se non ricordo male) perché ci andavano quelle ragazze.
Finita la fila, lei cinguettò un meraviglioso (e in rima) "Bonne chance pour tes vacances".
Fu l'unica donna (prescidendo da commesse, edicolanti, bariste e pusher) con cui parlai in tutta quella vacanza.
La mia amicizia con Gigio e Andrea, ovviamente, finì là.
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