sabato 21 gennaio 2012

30/08/2006

LA CANZONE PERFETTA

Ci sono dei film che sembrano perfetti, in cui gli attori sembrano tutti in stato di grazia, la sceneggiatura non ha mai sbavature e così via. Non voglio citarne nessuno, perché sono anni che non vado al cinema e ho paura di scrivere baggianate.

A volte succede così anche per una canzone: l'attacco è superbo, le strofe fenomenali, il ritornello epico e il bridge (quelle righe che non sono né il ritornello né le strofe) assolutamente impeccabile.

Oggi, in macchina, sentivo l'ennesima versione di Enjoy the silence. Già di per sé è fantastico che abbia successo una canzone che inneggia al silenzio, ma solo nell'ultimo paio d'anni è uscita una versione remix degli stessi Depeche Mode, una versione dei metallari italiani Laguna Coil e in questi giorni, una versione jazzata di una tale Janita.
La verità è che Enjoy the silence è fantastica. Le parole del ritornello sono epocali:
All ever I wanted
all ever I needed
is here in my arms
words are very unnecessary
they can only do harm

Le parole non sono per niente necessarie, possono solo fare male.
Io penso che Enjoy the silence sia una canzone perfetta.

Da mesi pensavo di fare un post sugli attacchi delle canzoni: la batteria di Sunday bloody sunday, la sirena che urla nella notte di The river, la sofferenza atroce di London calling, la strana nenia dei mandolini di Losing my religion.

Ecco, a me i Rem portano sfiga ( vedi http://stefanopz.splinder.com/1086678085#2277207) , ma negli ultimi due giorni ho sentito due volte Losing my religion, il che mi ha fatto pensare che, o sta per uscire un disco nuovo dei Rem o Micheal Stipe sta per morire, e tutte e due le volte c'ho avuto i brividi tipo gol di Grosso a Italia-Germania. Losing my religion è perfetta: quando alla fine Stipe canta That was just a dream l'intera canzone acquista l'impalpabilità della notte e il sogno diventa l'unica terra del possibile.

E quando Bruce canta della storia con Mary, di come s'erano incontrati alla high school, di lei rimasta incinta, del matrimonio in fretta e furia senza sorrisi. E poi di colpo lui rimane disoccupato e tutto cambia, tutto scompare e Mary si comporta come se niente fosse mai successo, come tutto fosse scomparso: ma, dice Bruce, io sì che mi ricordo di noi che ci rotolavamo nella macchina di mio fratello, e il ricordo torna a perseguitarlo, come una maledizione e non capisce più se è un sogno, se è una bugia.
Ecco Bruce in quella canzone, con quella sirena nella notte, è la vita vera, né sogno americano, né incubo; è la vita, quella di tutti noi immediatamente cancellabili dalla faccia della terra, gonfi di ricordi tristi e di bugie.

E che dire delle due Waltzin Mathilda? Tom Traubert blues è una delle più lancinanti e belle canzoni di Tom Waits, col profumo attaccato a una lacera camicia macchiata di sangue e whisky e buonanotte agli spazzini, alle vedette notturne e buonanotte pure a Mathilda.
And the band played Waltzing Mathilda è forse la più bella canzone antimilitarista che ho mai sentito, e la voce di Shane McGowan la rende di una malinconia terrificante: gli australiani nella prima guerra mondiale, per qualche cazzo di motivo che non so, sono andati a combattere a Gallipoli, in Turchia, nella baia di Suvla; un vecchio soldato torna ferito da Suvla e ogni anno vede passare davanti al suo portico la parata e i suoi vecchi commilitoni che marciano orgogliosi. Un ragazzo chiede al vecchio soldato "Per cosa stanno marciando?" e il vecchio fa a sé stesso la stessa domanda, tanto sa che che anno dopo anno il numero dei reduci diminuirà e un giorno nessuno degli eroi di Suvla marcerà più.

Scusate devo sospendere, perché ogni volta che scrivo qualcosa su una di queste canzoni mi vengono dei brividi da delirio. Forse perché le parole non sono necessarie, perché conta la musica.

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