23/06/2004
ROMA
Ho passato la mattina in Capitale.
Appuntamento alle 9 e tre quarti a Talenti e alle 11 e mezza sull’Aurelia.
In pratica, chi è pratico ha capito che ho praticamente attraversato Roma.
E l’ho fatto tappandomi dentro la macchina, con l’aria condizionata a palla e con Radio Rock a palla, con La Repubblica sul volante ad ogni semaforo (e a volte, per la verità, anche in marcia).
Roma senza rumori del traffico, a suono di rock e nella luce accecante di una mattina di giugno, sembrava bellissima.
Noi, piccoli ospiti di provincia, per noi, Roma è il posto dove lo cose possono succedere.
Era il nostro college, quando facevamo l’università, il posto dove fanno le prime dei film, il posto dove ci sono le librerie, quelle vere, e poi Ricordi e poi pizza e birra a L’economica a San Lorenzo e il frulletto da Fassi e a piedi da Termini a San Pietro.
E Borgo Pio e l’Isola Tiberina, le mattine di marzo a dividere il primo sole con le tedesche in canottiera.
Il barista del bar Ponte Mollo ha il sorriso di chi la sa lunga: è lui il mio romano preferito, che tratta allo stesso modo Er Palletta, il pazzo ciccione che gli chiede il Fernet a colazione e il dirigente della Lazio che si prende il caffè e parla in settentrionale.
Ci ho vissuto a Roma; ma non ci sono mai stato dentro.
Conosco tre strade, il Lungotevere, la Colombo e il Muro Torto, e ovviamente per andare da Talenti all’Aurelia ne ho fatte almeno due di quelle citate.
Roma non è romantica, spesso è ruffiana, coi suoi dottò, coi suoi dimo-famo; Roma è cinica, perché c’è troppa gente per noi di provincia, che in mezzo a tutta questa gente ci nascondiamo e ci perdiamo. Ci trovate a fare avanti e indietro per via del Corso, perché noi abbiamo bisogno di una strada dove fare avanti e indietro, perché abbiamo bisogno di vedere le stesse facce, per sentirci rassicurati e conosciuti.
Non mi sono mai sentito romano, non lo sono mai stato.
In autostrada, trenta chilometri via da Roma Radio Rock non si sente più e l’aria condizionata comincia a dare male al collo e al naso.
Dopo un po’ su qualche radio nazionale becco Avril Lavigne, che sta al rock come il chinotto Fanta sta al chinotto Neri: un mero surrogato.
Ho aperto i finestrini, ma l’aria era secca, immobile. Quaggiù è una vita che non succede niente.
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