16/07/2007
I FARI
Mentre tornavo dal mare sabato pomeriggio incrocio tre e o quattro macchine che mi fanno i fari.
Rallento.
La macchina della polizia con l'autovelox.
Io passo davanti alla diabolica macchinetta che sembro una scena al ralenty.
Ma quando, dopo il sospiro di sollievo dedicato all'estate scorsa appiedata e allo scampato pericolo, è passato un mezzo chilometro, di colpo m'illumino d'immerda.
In quel momento ho capito qual è il simbolo dell'Italia.
No... niente pizza, mandolino, santi, eroi, navigatori, ma che mafia, tangenti o 500.
Il simbolo dell'Italia sono i fari.
E' la ribellione dell'uomo medio contro l'autorità, ma per fini meschini; è il trionfo dei furbetti, del quartierino, come della superstrada a scorrimento veloce.
E' quello stesso spirito che consente a silvio b. di dire che evadere le tasse è morale, facendo erigere milioni di maschi e umettare milioni di femmine.
Se non ricordo male, c'è una puntata di Fame in cui Leroy, pace all'anima sua, trova in un cestino la prova dell'esame che si farà il giorno dopo.
Tutta la puntata si gioca sul fatto se dire o no questa cosa agli amici, se sfruttare o no l'informazione.
Perché in America, l'etica del protestantesimo insegna che non c'è niente di più disdicevole che copiare i compiti in classe dal vicino di banco o suggerire alle interrogazioni: ognuno deve fare con le sue forze e avrà i giusti premi.
Qui in Italia tutti abbiamo costruito carriere scolastiche e altro sul principio del copiaincolla, generazioni prima di Billgheiz.
Perché chi è furbo da noi è degno di ammirazione; perché fregare lo Stato è un diritto, se non addirittura un dovere. Lo Stato-poliziotto sulla ss155, lo stato-professore di italiano, lo stato-esattore delle tasse, lo stato-consob da fottere con insider trading e scatole cinesi.
So che non serve a un cazzo, ma io ho deciso, che quando incontrerò una pattuglia non farò più i fari alle macchine che vengono dall'altra parte. Almeno sulla superstrada, quisque artifex fortunae suae.
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