06/02/2006
REGGIO? UN MIRAGGIO - PART TWO
Riassunto della prima parte? No, tanto è il post subito sotto.
Tra fulmini e saette si parte; la Uno ovviamente non è in grado di reggere un sorpasso che sia uno e quindi ci troviamo incastrati tra i camion che del divieto di circolazione se ne impipano e quindi andiamo avanti dentro muri d'acqua.
Finalmente arriviamo a Salerno e da lì imbocchiamo il grande mito meridionale, la Salerno-Reggio Calabria; il primo cartello è decisivo: Reggio Calabria km 429.
Ecco, io, come penso molti altri, quando sono in autostrada mi lancio in calcoli logaritmici sul tempo necessario per arrivare a destinazione.
Di solito il calcolo è elementare: a 120 all’ora basta dividere per due il numero dei chilometri e ecco i minuti.
Per cui 429 / 2 = 214,5, pari cioè a 3 ore 34 minuti e 30 secondi.
Questo su un’auto normale, su un’autostrada normale e con condizioni meteo normali.
Noi siamo su una Uno ante-guerra a quattro marce, sulla Salerno-Reggio Calabria e davanti a noi c’è Noè con l’arca che sta cercando di uscire a Contursi Terme.
Ciò vuol dire ottanta all’ora di media al netto delle soste; per cui, per cui… 429/80 = 5,3625, cioè 5 ore più 36,25 centesimi di ora che fanno 21 minuti e quarantacinque secondi; sono le sette e mezza, arrivo previsto mezzanotte, cinquantuno minuti e quarantacinque secondi, al netto del pezzo dentro Reggio.
Questi erano i miei pensieri, mentre cercavo di assopirmi; sì perché venivo da un weekend lungo (doveva essere la settimana dopo l’immacolata che doveva essere di venerdì), ero andato a Milano a trovare gli altri con cui avevo fatto il corso post-assunzione e avevo dormito nelle ultime due notti un numero di ore inferiore alla doppia cifra.
Mentre saliamo la Val Diano, dalle parti di Polla o di Padula-Buonabitacolo, Mario comincia a lamentarsi.
Prima in maniera piuttosto sobria, tipo nenie degli indiani d’America; poi comincia a urlare.
"Ci dobbiamo fermare!!" "Perché?" grido io terrorizzato dalla prospettiva di arrivare a Reggio all’una meno un quarto.
"Sto malissimo di stomaco!". Ci fermiamo in una piazzola di sosta e Mario scende sotto una pioggia abbastanza battente, apre il portabagagli, prende qualcosa, lo richiude e poi si allontana della distanza adatta per evitare che mi arrivino rumori molesti.
Dopo tre minuti rientra uno straccio d’uomo, coi lineamenti sfiniti, che fa: "Finalmente le nostre carte da lavoro sono servite a qualcosa".
Prova a rimettersi a guidare, ma dopo quindici chilometri ci fermiamo ancora; stessa pantomima di prima, dopo di che mi dice:
"Io m’aggia a regge a’ panza e non pozzo guidà".
Stanco morto mi metto alla guida; metto in quarta e via verso nuove avventure.
A un certo punto appare un cartellone che dice: "Nebbia in banchi tra Lauria e Lagonegro".
Mi scompiscio e faccio all’ectoplasma che aveva le fattezze di Mario: "Nebbia in banchi in Basilicata. Figurati."
Passata Lauria la strada, che dico, il mondo intero viene inghiottito dalla nebbia.
La nebbia è così fitta che a un certo punto apro il finestrino e metto la testa fuori per vedere meglio.
Niente.
La visibilità è nulla; mi metto a cavallo della mezzeria, per avere uno straccio di punto di riferimento. A un certo punto mi accorgo che ho dietro di me altre due macchine, che si sono accodate ai miei fari.
Colpo di genio: provo a fermarmi, così loro passano avanti e io mi metto a rimorchio.
Si fermano pure loro. Dietro di me.
Riparto. Loro ripartono. Dietro di me.
Provo il giochetto un paio di volte, ma niente.
A un certo punto la corsia sembra restringersi e io, a dieci all’ora o giù di lì, cerco di capire dove andrò a parare.
Clang
Il rumore è a metà tra il gong e una pentola che cade per terra.
Mi fermo.
Scendo.
Ho abbattuto un segnale stradale, quello blu con la freccia; era invisibile.
Dietro di me arrivano dei fantasmi; sono i due guidatori delle macchine successive.
"S’è fatto male qualcuno?"
"No no" li rassicuro.
Così andiamo avanti, in tre uno dietro l’altro, come il trenino dell’amore, fino a che, incredibilmente la nebbia svanisce.
Io sono esausto; mi guardo a fianco; Mario russa.
Il cartello che dice che siamo in Calabria mi fa sperare; poi mi sovviene il mio 10 in geografia in quarto ginnasio e capisco che Reggio è ancora un miraggio.
La Calabria, terra del sole, della liquirizia e di Rino Gattuso, ci accoglie con la grandine.
A questo punto penso che manca la neve e la caduta di meteoriti e tutti gli eventi atmosferici possibili li abbiamo beccati noi.
E’ l’una quando vedo Cosenza.
Mi metto di nuovo a cavallo della mezzeria per evitare di perdere di vista la strada.
Da Cosenza a Reggio supero otto macchine e quattro macchine superano me.
Da Cosenza a Reggio mi fermo a TUTTI gli autogrill nessuno escluso; in ognuno prendo un caffè.
In ognuno mi sgranchisco le gambe; in ognuno vado in bagno e mi lavo la faccia, per cercare di svegliarmi.
Sono le tre e spiccioli quando finisce l’autostrada e entriamo a Reggio.
Mario emette un suono che è a metà tra un grugnito e il richiamo degli opossum in amore, e con la bocca impastata di melma, fa "Dv sam". Io capisco che chiede dove siamo?, ma non riesce a articolare la frase.
"A Reggio" dico io.
"Bèrg?" Mi chiede dove è l’albergo.
Io cosa cazzo ne so, penso. So che è l’Excelsior.
A un certo punto vedo una volante della polizia.
So cosa vedono i poliziotti: una Uno targata Cartagine con uno con gli occhi spiritati da sei caffè alla guida e una specie di tossico seduto sul sedile del passeggero.
So cosa pensano: "Due che si vengono a costituire"
MI accosto: "Scusi sa dove è l’Hotel Excelsior?"
Il poliziotto mi guarda stranito; guarda il sacco maleodorante che fino a qualche ora fa si chiamava Mario, vede valigie e valigiotte dietro e pensa: ‘non è possibile che questi due morti di fame su questa specie di cesso semovente vadano all’albergo migliore della città’.
Dopo un breve indugiare ci indica la strada.
Mi addormento vestito alle quattro meno cinque.
Undici ore e mezza.
Capisco cosa ha provato Ulisse, la prima notte a casa dopo l'Odissea.
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