sabato 21 gennaio 2012

03/02/2006

REGGIO? UN MIRAGGIO

Si ringrazia www.succedeacatepol.splinder.com per l’ispirazione

Come ho avuto modo di specificare, per una serie di congiunzioni astrali, a cui non deve essere estraneo Urano nel Leone e Alpha Centauri dove cazzo le pare, la simpatica multinazionale mi spedì all’Ufficio di Napoli.

Così dopo qualche settimana tra Napoli e Bari, una meravigliosa settimana di inizio dicembre, vengo destinato ad una simpatica gita in quel di Reggio Calabria.

L’appuntamento con il collega Mario è alle sei presso l’Istituto Denza, dove abitavo e gestito da simpatici padri Barnabiti, la cui missione è quella, condivisibile, di educare i figli dei ricchi.

Parto dunque da *** attorno alle quattro e mezza sulla mia mirabolante Seat Ibiza GLX 1200, regalo di laurea; auto che negli otto mesi di peregrinazioni nel sud Italia, realizzerà la bellezza di 56.000 chilometri.

I miei chilometri preferiti, l’ho detto spesso, erano la discesa lunga venti chilometri e dritta come una fettuccia tra Candela e Canosa.

Io, in quei lunedì mattina, mi mettevo a 150 all’ora sulla corsi di sorpasso, mi mettevo una cassetta di rock psichedelico nel mangianastri, spianavo La Repubblica sul volante e leggevo il giornale, sbirciando ogni quindici secondi la strada nell’eventualità remota di affiancare un altro mezzo su quel tratto di strada.

Da lì è ovviamente nata la predilezione per i tabloid: è evidente che un giornale formato Corriere della Sera si ciancicherebbe in pochi secondi a tenerlo sul volante e renderebbe impossibile la lettura dei tagli bassi, in quanto ad altezza freno a mano.

In quel tempo (bell’incipit di frase, ma l’ho già sentito) l’autostrada che da *** portava a Nappule era una continua chicane: c’erano almeno quindici scambi di carreggiata perché la camorra stava costruendo la terza corsia. Quella domenica pomeriggio dio o chi per lui decide di aprire le cateratte del cielo e qualche decina di camionisti decide di ledere le leggi e di partire nel pomeriggio: morale, spaventato dai fiumi che mi arrivano dalle ruote dei simpatici bisonti della strada, vagolo a ottanta all’ora nella chicane e arrivo a Nappule con una buona mezz’ora di ritardo.

Parcheggio la mia fida Seat seminuova (aveva due anni e qualcosa) e mi guardo attorno.

Qui c’è da fare una premessa: all’Ufficio di Napoli campavamo di rimborsi spese. All’epoca ci davano 350 Lire a chilometro e quindi andare e tornare da Reggio valeva circa 350.000 Lire, un buon quarto di stipendio. Per una semplice questione di nonnismo, guidava e quindi si ciucciava il rimborso spese il più anziano.

Pertanto la macchina che ci avrebbe trasportato a Reggio in quella domenica piovosa (e, come vedremo, non solo) di inizio dicembre, era la macchina di Mario.

La macchina…

Mimetizzata tra i bidoni della spazzatura appare un Fiat Uno del 1982, color blu Fiat. Per chi ricorda le Uno degli inizi anni 80, i colori erano due: blu pupilla di tossico e verde diarrea di ornitorinco, che per pudore, venivano chiamati blu Fiat e verde Fiat.

La macchina (?) è a due porte, la targa è CG (Cartagine, ovviamente) e ha il cambio (anzi la stecca) a quattro marce.

Apro la portiera e il cigolio ricorda il verso che dovevano fare gli agnellini che sentiva Jodie Foster al Silenzio degli innocenti. Mi aspetto al posto del sedile del passeggere (citazione Leopardiana), la sedia del salotto buono di casa Pasca***, e invece, incredibilmente, c’è il sedile originale in viltessuto (nel senso che era un’imitazione del peggior tessuto della peggior Simca), con la tappezzeria con eleganti disegni cachemire (o, forse, sarebbe meglio dire, fantasia-vomito di coleottero).

Carichiamo le mie valigie nell’ampio bagagliaio, cerchiamo di chiudere il portellone evidentemente progettato in assenza del responsabile qualità di Mirafiori, e alle sette meno dieci ci rintaniamo nel confortevole abitacolo, tra sedili avvolgenti e sotto cascate d’acqua.

To be continued

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