LE 12 SEDUTE – DALLA MIA AUTOBIOGRAFIA II PUNTATA
Riassunto del post precedente
Stefanopz in crisi comincia un viaggio nel rutilante mondo dell’assistenza psicologica pubblica.
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La dottoressa fa una premessa: ho diritto a 12 sedute, le prime 8 saranno colloqui e le ultime 4 saranno di analisi vera e propria. Dopo queste 12 sedute vedremo quanta strada abbiamo fatto, dice e poi decidiamo se continuare.
Le mie sensazioni erano le seguenti:
1. come ogni fan di Woody Allen che si rispetti, il sogno della mia vita era entrare in analisi; le prime 8 sedute sarebbero state una palla rispetto al momento magico in cui avrei cominciato ad essere analizzato
2. come molti altri nell’adolescenza ho letto qualsiasi panzana, tra cui La psicopatologia della vita quotidiana e L’interpretazione dei sogni di un viennese con la barba di inizio 900. L’effetto delle mie letture è stato variegato: sono arrivato al punto che faccio un sogno e mentre sono addormentato mi faccio pure l’analisi del sogno, così che da sveglio non devo fare ulteriori sforzi; una delle cose che il buon Sigmondo scriveva più spesso era il sogno di caduta di denti dei ragazzi viennesi: la sua interpretazione è che l’espressione tedesca “tirarsene una” è identica a “cavarsi un dente”. In base a questa teoria io avrei dovuto passare l’adolescenza a fare sogni sugli attrezzi dei boscaioli e dei falegnami, ma sinceramente non me ne ricordo (rimozione?). C’è un altro libro di Freud, di cui non rammento il titolo, in cui commentava alcuni quadri di Leonardo e ci trovava simbolismi sessuali a go-go: non so dove ho letto che il barbone di Vinci venne arrestato per sodomia pubblica e visto quello che c’era scritto su quel libello, anche Freud aveva le mie stesse fonti.
3. In quel momento delle mie crisi di panico non me ne poteva fregare de meno; era troppo interessante misurare la distanza tra tutto quello che avevo letto e tutto quello che la dottoressa avrebbe applicato a me.
La dottoressa mi invita a parlare di me: quello non è un problema, mi dissi, egocentrico, egoriferito ed egolatrico come sono, me stesso è il mio argomento preferito.
Parlo per un’ora e, se non ricordo male, ci metto in mezzo la mia passione per gli elenchi, per le statistiche inutili, per gli Almanacchi illustrati del calcio e per gli elenchi telefonici; lei rimane un po’ perplessa e io me ne vado via un po’ perplesso.
Alla seconda seduta io mi metto a parlare che, dato che sono il figlio cadetto, dovevo fare il rivoluzionario in famiglia: capelli lunghi, vestiti mai di marca, comunista e così via.
Lei mi guarda e mi fa: “E come lo spiega questo opposizionismo?”. Per un’ora la parola opposizionismo mi è frullata per la mente: che cavolo di aiuto può darmi una persona che usa parole inesistenti. E se parlo delle crisi di panico, che mi dirà?: “E come lo spiega questa panicazione?”. Lì ho perso un po’ di fiducia e ho passato tutti quei giovedì di quella primavera parlando di me, senza aggiungere né levare niente a quello che già sapevo.
L’ottava seduta mi diede uno scrollone: le macchie!
Un signore con gli occhiali spessi un dito mi mostra quelle splendide macchie rosse su elegante carta plastificata e mi chiede che ci vede di qua che ci vede di là: a me viene in mente una striscia su Linus in cui a un ragazzino fanno vedere le macchie e lui comincia a dire “vedo una donna che si spoglia, che toglie la camicia a un uomo, ora i due si baciano, poi lei scende; ora sono nudi e lei sale sopra a lui” e così via. I medici dicono alla madre “Signora, mai viste delle turbe sessuali così in un ragazzino”; la mamma, gonfia di vergogna, va dal figlio e gli fa “Ma ti rendi conto che figura mi hai fatto fare?”. E il ragazzino, offeso: “Ma mamma che ci posso fare io se quei due nella casa di fronte si sono messi a scopare con le finestre aperte?”
FINE SECONDA PUNTATA (constatazione: cavolo, non pensavo che venisse così lungo)
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