giovedì 19 gennaio 2012

DALLA MIA AUTOBIOGRAFIA

ISTVAN

Gita organizzata, la mia famiglia parte da Fiumicino il venerdì santo.

Io in stazione il giovedì, col treno che parte alle 7 e 40 (in realtà l’ora era un’altra, ma volevo citare Battisti); alle 7 e 39 il treno viene annunciato, mentre l’idiota dell’agenzia che ha i miei biglietti *** - Budapest ancora non si vede.

Si aprono le porte del treno e l’idiota di cui sopra, calmo come Robert Duvall in Apocalipse Now (citazione dotta per iniziati), mi consegna i biglietti che mi avrebbero accompagnato per un giorno e tre ore di viaggio.

Da *** a Roma nulla da segnalare.

Da Roma a Venezia faccio il viaggio con una professoressa universitaria di Padova e un ferroviere di Treviso, che urlano di godimento dividendosi un pezzo di pizza bianca: “Solo qui a Roma, la trovo questa cosa” fa lui: “Come ha detto che si chiama?” “Pizza bianca” faccio io, con il tono del maestrino dalla penna rossa.

Verso Ferrara sono dovuto uscire dallo scompartimento, perché, partiti dalla pizza bianca, ormai in via pratica si stavno accoppiando.

A Venezia scendo e mi attende un treno dove, a mezzanotte, avrei avuto diritto ad una cuccetta di seconda classe: carrozza 86, carrozza 86, ma dove cazzo sei? Canticchio e poi aggiungo mentalmente Ma quando arrivi treno di Bennato, Binario triste e solitario, nella versione di Claudio Villa, Downbound train di Bruce e Downtown train di Tom Waits; ma le cantate propiziatorie non partoriscono la carrozza giusta. O meglio il Robert Duvall de noantri l’ha fatta grossa. La carrozza 86 esiste ma è di prima classe, così che mi devo comprare la cuccetta e il supplemento per passare dalla seconda alla prima (una nota lieta: il signor Ferroviedellostato mi restituì a mera richiesta il prezzo della cuccetta erroneamente vendutami).

Entro nello scompartimento dove per la prima volta in vita mia mi potevo beare della prima classe. L’odore è quello che deve sentirsi al pub della cooperativa dei portuali di Liverpool, dopo che per la decima volta hanno intonato il loro inno “Stringiti a me biondona”: accanto al finestrino bottiglie da 33 cl di birra, forse 5, forse 6.

Chi ha acume avrà capito che io andavo in treno e i miei in aereo perché sono un po’ paviduccio; in quel momento ho sognato le turbolenze sulle Alpi.

Ho poggiato la mia valigia, mi sono incuccettato nella cuccetta di sotto, vestito e con le scarpe, per essere pronto alla fuga e ho fatto finta di dormire. Dalle parti della dogana (fuori si sentivano le classiche grida dei ferrovieri austriaci “Keine Gegenstaende aus den fenster werfen” o “Keine rauchen” – e chi ha fatto il pendolare anche per una settimana sa a che mi riferisco), quello del piano di sopra scende: nella luce riflessa della stazione di Villach vedo una maglietta bucherellata di un gruppo heavy metal, tipo gli Anthrax, ma non ci giurerei. Il terrore mi fece forse svenire, perché il ricordo successivo è il bussare dell’accudiente che urla, in via pratica, “Sveglia giù dalle braaande!”

Mi alzo, le bottiglie sono sparite; il mio compagni di viaggio è sulla trentina, rosso, con una maglietta dell’università di Edimburgo e sobrio. Un good morning di qua e un where you come from di là, alla fine scopro le seguenti cose:

 È scozzese

 Va a Vienna da alcuni amici per fare free climbing sulle alpi viennesi

 Per circa un quarto d’ora cerca di spiegarmi che lavoro fa: io che conosco l’inglese dei testi delle canzoni e che quindi mi esprimevo più a gesti che altro, gli allungo un sorryaidontanderstand, che bene o male appare comprensibile. Lui prende una busta, tira fuori una radiografia di una tibia, poi tira fuori un’altra radiografia di una sorta di cilindro al posto di una tibia e mi fa “I project that”, indicando il cilindro.

Alla fine ci intendiamo su una definizione che in italiano può essere tradotto con bio-ingegnere; spero però che, vista la passione per la birra, le protesi le progetti ma non le applichi.

FINE PRIMO TEMPO

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