COLAZIONE DA PREVERT
In due giorni ho letto "Caos calmo" di Veronesi; la fine un po' deludente ha impedito a questo libro per certi versi fantastico e per altri realisticissimo di entrare nella mia personale teca dei capolavori assoluti, del club delle cinque stelle (ultimo ingresso Dance Dance Dance di Murakami Haruki; penultimo: La versione di Barney, tanto per intenderci).
Le quattro stelle Caos Calmo se l'è guadagnate agevolmente.
Gli spunti che mi legano a questo libro sono svariati, dal rumore dei tendini appena di alzi, alla morte per aneurisma di una persona amata, dall'essere il protagonista figlio di un avvocato ai Radiohead, fino al fatto (idea che ho sempre avuto ma che non ho mai trasposto in niente di scritto) che le targhe delle macchine ci parlino.
Per stream of conscience o semplicemente perché ho mangiato troppo questi giorni (o sono ingrassato dieci chili o qualche stronzo mi ha accorciato tutte le cravatte...), ho pensato a due volte, tra le medie e il quarto ginnasio, quando ero indiscutibilmente il primo della classe, che non l'ho azzeccata, che sono rimasto come un cretino.
Terza media
La mia classe di terza media non era formata di geni; come ho detto più volte dei 22 che eravamo io sono andato al classico, due ragazze al magistrale (una s'è laureata in psicologia ed è l'altra laureata uscita da quella classe della media), uno allo scientifico, ma l'hanno bocciato e poi s'è diplomato privatista e uno a geometri. Il resto, 17 alunni se non conto male, ha smesso di studiare con la terza media.
Una volta l'insegnante di italiano chiede: "Perché bisogna essere contro la pena di morte?". Noi, come tutti i ragazzini eravamo intrasigenti: se tradisci la banda, c'è la punizione; se sei malforme o balbetti, tutti noialtri ti sfottiamo; se hai ammazzato qualcuno, non c'è dubbio: devi pagare con la vita.
La professoressa guarda verso di me, ma non mi viene in mente niente.
Poi, una ragazzotta grassoccia, ripetente, che non aveva mai parlato da quando stava in classe dice piano piano: "E se poi è innocente?". "Brava" dice la prof.
Ora, io che non sono più intransigente so perefettamente che la pena è rieducazione, che ammazzando i colpevoli si scende al loro stesso livello e quindi poi dovrebbero essere ammazzati i boia perché hanno ammazzato e così via.
Ma quella storia della possibilità di ammazzare un innocente non mi era balenata nemmeno per l'anticamera dell'esofago, figurarsi del cervello.
Quarto ginnasio
La professoressa di francese mi dipinge come un mezzo genio. A distanza di lustri l'unica frase che mi ricordo in francese è "ping pong ping, je tire et tu renvoies la balle" mitica canzone estiva di Plastic Bertrand, sperando di aver fatto almeno dieci errore di stompa nella frase riportata.
Un giorno la prof ci legge in francese, la seguente poesia di un certo Prévert, che si intitola Prima Colazione:
Lui ha messo
Il caffè nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffè
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffellatte
Ha girato
Il cucchiaino
Ha bevuto il caffellatte
Ha posato la tazza
Senza parlarmi
S'è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo la cenere
Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S'è alzato
S'è messo
Sulla testa il cappello
S'è messo
L'impermeabile
Perché pioveva
E se n'è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare
Senza guardarmi,
E io mi son presa
La testa fra le mani
E ho pianto.
"Che succede tra queste persone?" chiede la professoressa. Guarda verso di me speranzosa che cacci l'interpretazione.
A me sembra così idiota una poesia sulla colazione. Io volevo sentire cuori palpitare, nebbie agli irti colli, siepi che da tante parti, canti notturni di pastori erranti, morti siccome immobili, giurati visti in Pontida convenuti dal monte e dal piano. Che cavolo significa una poesia sulla colazione in un giorno di pioggia.
Il silenzio è carico.
La prof guarda me e fa: "Non è successo niente; questo è il problema".
"Come niente? Che significa?" chiedo io. Una ragazza, la cui sensibilità era forse qualche passo avanti della mia dice: "E' vero! Lui doveva parlare, dire qualcosa. E invece non dice niente".
Erano gli anni 80 e quindi sono passati gli anni che a contarli ci si sente male: della nebbia agli irti colli nessuno sa più cosa farsene; ma tutti quanti sappiamo quanto pesa una mattina di pioggia che puzza di fumo e sprofonda nel silenzio.
Nessun commento:
Posta un commento