lunedì 23 gennaio 2012

30/10/2006

LA STORIA SIAMO NOI

Il paracarro insiste che l’idea è stata sua. Io non ci giurerei, ma ora che siamo tornati direi che non mi importa nulla.

Comunque la verità è semplice: il paracarro non ha mai visto una partita dal vivo di un campionato professionista. Quale occasione migliore nella nemesi di Moggi? Così con coraggio e trenta Euro per uno, compresi diritti di prevendita il paracarro e stefanopz partono alla volta di Torino.

Juve – Frosinone. Il paracarro è juventino, ma di quelli che erano stanchi. Stanchi di Moggi, della triade, nauseati di Capello: volevano una Juve vera e nuova. La Juve in B è l’occasione per lui per appassionarsi di nuovo.

Io, beh, è inutile negarlo, io sono un canarino mannaro.

Insomma, la sveglia è alle quattro, ma dormire ho dormito poco. Monto i miei pantaloni arancioni portafortuna, che mi hanno accompagnato il giorno dello spareggio per la B e per tutte le partite vincenti dei mondiali e si parte; il paracarro ha utilizzato la notte per convincere un navigatore satellitare portatile a fare il suo mestiere. Alle cinque meno cinque siamo in macchina e la gentile signorina del navigatore, ribattezzata dal paracarro Caterina, ci annuncia che in sei ore e cinquanta, al netto delle soste, arriveremo alla nostra meta.

Il mio Rav 4 è ancora stordito dalle ultime notizie sulla finanziaria e non ha ancora capito se sarà tassato o no; per questo si presenta all’appuntamento coi pneumatici a uno e nove, e con la consueta coltura di pomodori nel bagagliaio.

Ho provato la scorsa settimana un Arbre magique al cioccolato, ma viste le temperature estive di questi giorni, quando salivo in macchina mi sembrava di nuotare nel ripieno di un Tronky scaduto nel 2002.

Entriamo in autostrada: impongo l’itinerario Roma – Firenze – Lucca – Versilia – Genova – Ovada – Alessandria – Torino, dopo aver scartato l’Aurelia, lo scavalcamento degli Appennini con la Bologna – Firenze e l’ipotesi romantica ma faticosa, di arrivare in macchina alle bocche del Po di Goro e risalire il sacro fiume padano con un barcone dismesso da Calderoli.

L’autostrada sembra una camera oscura; dopo Orte avvistiamo una strana ellisse dorata; informati degli ultimi avvistamenti di oggetti volanti non identificati, ci prepariamo ad incontri ravvicinati del terzo tipo, pronti ad offrire cifre da capogiro per essere teletrasportati in Piemonte, in luogo del lungo peregrinare tra le strade italiche.

Invece lo strano oggetto non è altro che il riflesso sulla nebbia dei lampioni dell’area di servizio Mascherone. Di lì a qualche chilometro cominciamo a beccare un po’ di nebbia; ce la caviamo abbastanza bene tranne in una curva in cui i fari delle auto dell’altra corsia passano attraverso fenditoie nel gard-rail e disegnano lame di luce che sembrano essere state messe lì da Pecoraro Scanio per tagliare a metà i Suv. Frenatona, due bestemmie a commento del singolare fenomeno e si tira avanti.

Attorno alle sette la pancia del paracarro e la ben più capiente pancia di stefanopz lanciano cori gorgoglianti.

Il paracarro fa: "Fermiamoci a fare colazione a Fabro". Ma quando ci arriviamo stefanopz obietta che non è un autogrill (ma, vi giuro, un MotoGrill, il che, interpretando letteralmente impedirebbe l’ingresso ai quadricicli) e quindi non ci sarebbero a disposizione gli ottimi muffin. Il paracarro provvede a diseredare stefanopz e si rassegna a altri venti chilometri di attesa.

Albeggia quando finalmente facciamo colazione.

Dopo Firenze stefanopz comincia a chiamare tutti i vari amici vicini e lontani che si dovrebbero recare nel trasfertone.

Il primo ovviamente è un altro emblema dei canarini mannari, il mitico a’ndo.

"Siamo partiti alle tre e mezza, Stè; sei pullman, cinque belli e uno che è un cesso; immagina su quale sono finito?"

"Dove sei?" gli chiedo.

"Verso Pisa". Mi fa.

Continuiamo a chiacchierare del più e del meno, poi passiamo al per e al diviso, ma quando stiamo per affrontare le radici quadrate, A’ndo mi fa: "Stè ma c’hai una Toyota nera?". "Of course".

"Ah e allora ce stai a superà mò"

Gli autobus sono privi di qualsiasi indicazione di provenienza; si narra che gli autisti parlino come Gianduia Vettorello e abbiano fatto abluzioni nella bagna cauda al fine di mischiarsi con i pullman degli Juventus club piemontesi. Tra casa e Altopascio abbiamo recuperato un’ora e mezza ai pullman e la loro andatura è da cicloturismo.

Mio cugino SS, non particolarmente ferrato in geografia, è appena atterrato a Orio al Serio e sta per noleggiare la macchina, per traversare la pianura padana: "Fa ne fridde e ce sta ‘na nebbia" si lamenta.

Entriamo in Liguria, non prima di aver inflitto al paracarro una lezioncina sui motivi per i quali le Alpi Apuane sono Alpi pur essendo Appennini. Il fatto che ciononostante siamo ancora amici la dice lunga sul buon cuore del paracarro.

Mentre percorriamo i viadotti e cantiamo tutte le canzoni con Genova nel testo (chi guarda Genova sappia che Genova si guarda solo dal mare; con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così; e così via) le gallerie della Genova – Rosignano, entrambi confessiamo una tutt’altro che malcelata strizza per l’incredibile viadottone che sta subito prima del bivio per Ovada. A me mette un’angoscia tale che ogni volta che ci passo nelle successivi dodici notti faccio solo sogni di caduta; il paracarro comincia a sudare freddo e cambia quattro t-shirt in dodici chilometri. Per fortuna nella notte un incidente ha bloccato l’autostrada e siamo costretti a prendere la A7; i chilometri dell’appennino sono una pena, tra camion che sfrecciano a destra, a sinistra ed un paio anche sotto i viadotti con un sistema di ventose.

Come è, come non è, superiamo Serravalle e poi ci immettiamo nella Piacenza – Torino.

Richiamo A’ndo, il quale riferisce che stanno affrontando i primi contrafforti dopo Sarzana.

Dalle parti di Asti incontriamo un altro paio di pullman con vessilli canarini e poi dietro a un camper una sciarpa gialloblù con l’inequivocabile scritta "Ciociari".

Strombazzo al camper, mi volto e vedo alla guida il figlio di un mio cliente con felpone gialloblù.

Gli telefono.

"Stiamo tutti qua" mi fa. Tutti sono lui, la moglie, i figli di venti e diciott’anni e la bambina di tre anni.

A mezzogiorno meno un quarto arriviamo in albergo.

A Torino è il weekend del Salone del Gusto e gli alberghi che normalmente nei weekend fanno prezzi stracciati (per ogni persona affittano tre camere al prezzo di una, una per dormire, una per i bagagli e una per fare, come è normale a Torino, le messe nere), sono tutti pieni.

Il paracarro e stefanopz da veri professionisti scendono all’Holiday Inn Torino sud, in quel di Moncalieri.

La prima sorpresa è nel parcheggio. C’è il pullman del Frosinone.

Ebbene sì; condivideremo l’albergo con i miei eroi.

E ora possono svelare all’universo mondo un grande segreto.

Cosa fanno i calciatori la mattina di una partita importante?

Io ora lo so.

Non fanno un’emerita ceppa.

All’ingresso il centravanti di riserva si fa una sigaretta; nella hall lo stopper si guarda allo specchio per cercare di imitare i gesti di Nesta quando si sistema i capelli; stanno tutti attaccati ai telefonini. Quattro o cinque stanno guardando un film su Canale 5 (e dato che è domenica mattina potete immaginare che palle). L’unico della squadra che sa leggere e scrivere ha comprato i tre giornali sportivi, la Stampa, la Gazzetta del Piemonte e tutti i giornali locali, tra cui L’eco del Canavese, Nichelino Oggi, e il Pernigotto, il giornale di Novi Ligure che ha un’intervista in prima pagina con Bruno Vespa e il criminologo Bruno sull’influenza di Urano e Cassiopea sul delitto di Erika e Omar.

Forti della mia prenotazione tramite Internet stefanopz e il paracarro arrivano al bancone.

"Abbiamo prenotato due stanze" dice stefanopz e sottolinea due, per far capire che le nostre aliquote marginali ci consentono di non accontentarci di una squallida convivenza in doppia.

"Non sono pronte" fa la portiera (o come si chiama in francese).

"Non sono che?" fa stefanopz lievemente turbato.

"Guardi, le vostre stanze si liberano alle 14, quando i giocatori vanno allo stadio".

"Senta", dico con tono cortese ma deciso "non ho fatto sette ore di viaggio per non trovare le stanze pronte. E poi" brandisco il mio foglio di prenotazione on line che da ragazzino preciso mi sono portato appresso "ho scritto arrivo previsto ore 11,30- mezzogiorno e per una strana congiunzione astrale sono le dodici. Per cui le stanze devono essere pronte".

"Guardi" mi fa l’ineffabile "noi non ci assumiamo la responsabilità di quello che c’è scritto sul sito internet. Le stanze sono pronte alle 14, perché prima non possiamo".

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo, in cui bastano due parole, due semplici parole e la giornata può cambiare.

Il discorsetto sulla responsabilità scuote il paracarro che fino a quel momento sembrava più incazzato con i miei beniamini per il loro tutt’altro che sollecito abbandono delle stanze, che solidale con la mia battaglia alla Mimandalubrano.

"Guardi" fa con voce asettica e sguardo gelido "che non abbiamo mica prenotato alla Pensione Jolanda!"

E’ l’argomento decisivo; spunta un’accudiente che toglie un letto a due triple ed ecco che le nostre stanze finalmente sono pronte.

Mi butto sul letto groggy.

Chiamo A’ndo. Gli riferisco che dalla stanza davanti alla mia è spuntata la simpatica sagoma di Di Nardo, il nostro capocannoniere.

Lui mi riferisce che sono sulla Torino – Savona; a causa del blocco sulla Genova – Gravellona Toce, l’autista, ormai brillo di Barbera, invece di curvare verso Tortona, aveva proposto alla comitiva di varcare il confine francese, prendere la Route des Alpes, arrivare a Chamonix, fare il Monte Bianco e poi scendere da Aosta, in modo da confondere le acque a eventuali malintenzionati che potevano avere organizzato una sassaiola contro i pullman provenienti da sud.

Dopo una sacrosanta doccia, con l’aiuto di Caterina arriviamo ad un parcheggione dalle parti dell’Olimpico e pranziamo con tre polpette e Gianduiotto obbligatorio.

Andiamo verso lo stadio. A’ndo e il suo pullman sono arrivati alle due e mezzo, dopo solo undici ore di viaggio.

Io e il paracarro incontriamo la famigliola di cui sopra, ci fotografiamo gli uni con gli altri e poi entriamo; per gli stessi motivi per cui siamo scesi all’Holiday Inn (rimpianti per la pensione Jolanda a parte), invece del settore ospiti brandiamo biglietti per la tribuna Est Tim II livello, tribuna di fronte.

L’Olimpico è stupendo. Restiamo senza fiato. Il prato sembra il panno di un tavolo da biliardo; le sedioline sono comode e tutto è veramente come dovrebbe essere uno stadio; hostess e steward a disposizione; separazione fisica tra le tifoserie con porte a vetri chiuse; tutti i posti a sedere.

E poi cominciano nel nostro settore ad arrivare le famigliole; i tre simpatici bimbetti dietro di me, utilizzeranno la mia schiena per pulire le loro Nike numero 30 e impareranno alcune parolacce irripetibili, ma danno gioia; arzille nonnette con la maglia di Zelayeta, ragazze con magliette con scritto "Gigi lascia la Sederova per me, o almeno dammi il numero di cellulare di Birindelli".

L’attesa è purtroppo rovinata da musica da discoteca, robaccia anni 80, sparata a un volume tale da consentire di poterla usare per un pomeriggio danzante a Borgomanero.

Da vero provinciale quale sono, provo a chiamare gli amici sparsi per lo stadio. La conversazione è uguale con tutti:

"Oh so’ io"

"Cheee? Non sento un cazzo"

"Che hai detto?"

"Comeee?"

"Non si sente niente"

Io fotografo A’ndo in tenuta da canarino mannaro; lui fotografa me.

La partita comincia. Il paracarro, ancorché deluso per l’assenza di Del Piero, è esaltato. Ai suoi occhi Nedved è un arcangelo biondo venuto di cielo in terra a miracol mostrare, Boumsong la dimostrazione dello strapotere fisico dei neri, Trezeguet una gazzella inafferrabile e Balzaretti una pippa immane.

La Juve sembra sempre sull’orlo di divorare i poveri gialloblù e invece, complice una simpatica svista arbitrale (interista!, è l’offesa più blanda) il primo tempo finisce e stiamo ancora zero a zero.

E’ stato fantastico zompare in piedi mentre tutti attorno stanno seduti e viceversa.

Comincia il secondo tempo.

Buffon, che ha passato il primo tempo a fare esercizi di riscaldamento e a giocare con i raccattapalle a scala 40, viene chiamato in causa da un tiro del nostro terzinaccio. Si esibisce in una parata che da sola vale 1400 chilometri di viaggio.

Entra Del Piero. Il paracarro, così come l’intero stadio, va in estasi.

Al 75mo quando i miei vicini di tribuna cominciavano a progettare mille e uno modi per passare a fil di spada Paro e Zanetti, Zappino, che fino a quel momento aveva parato quasi tutto, va a farfalle (munito di cappello da esploratore e retino) e Del Piero infila il 200mo gol.

Giamuz, canarino mannaro, noto per la sua olimpica sobrietà manda un sms: "Zappì la fregna de chella sgarrata puttanaccia de mammeta". La partita finisce qua, in via pratica.

Facciamo la nostra porca figura, ma diavolo se c’eravamo illusi.

Giamuz, ispirato da recenti letture di Byron, Keats e Shelley, si esibisce in un altro sms: "Voglio Zappino Gesù Cristo alla passione vivente di Alatri e io soldato romano con la sparachiodi".

Stefanopz e il paracarro escono dallo stadio per andare a passeggiare nel centro di Torino; ma andiamo direttamente alla mattina della domenica.

C’è il ritorno dell’ora solare e quindi le otto di sabato sono le sette di domenica; e alle sette e cinque scendiamo per fare colazione.

Ci riceve un portiere pettinato come Trezeguet che ci comunica che l’orario per la colazione inizia alle 7 e mezza.

Mi inviperisco. "Non ce ne va una bene in questo posto" grugnisco.

Mezz’ora da perdere non so come. Poi mi illumino. Torno in camera; cerco il foglietto dei servizi.

C’è scritto: "Dalle 6 e 30 è possibile fare colazione". Scendo.

Brandisco il foglietto.

"Guardi. Lo scrivete voi. Colazione dalle sei e mezza"

Testa d’uovo non si smuove: "Durante la settimana. Ma la domenica l’orario è dalle sette e mezza".

Ribadisco che non c’è scritto.

"Dovevamo andare alla Pensione Jolanda" chioso.

Ho ancora un quarto d’ora da occupare; torno in camera. Trovo il foglietto dei consigli e lo riempio delle mie lamentele.

Alla domanda "Come definisce con un aggettivo la qualità dei servizi del nostro hotel", rispondo con un’epocale "sconcertante".

Mi trema la mano per l’indignazione mentre consegno il foglietto dei consigli.

Abbandoneremo l’hotel dopo che il paracarro si sarà esibito in un frittata e bacon che secondo me stanno ancora albergando nelle sue viscere.

Il portiere, convinto in tal modo di evitare vendette trasversali, in cambio della nostra attesa ci abbonerà addirittura l’acqua minerale presa dal frigobar, ribadendo peraltro che loro non sanno nemmeno chi c’è dietro al sito Internet per le prenotazioni.

Ma rifacciamo un passo indietro.

Le grandi piazze di Torino ci lasciano a bocca aperta.

Piazza san Carlo è stracolma di gente; il display della temperatura dice 21 e nell’aria la musica delle bande di strada. Il bar san Carlo ci mette mezz’ora per portarci due aperitivi, ma non ce ne frega niente.

La gente è felice; il jazz ci fa tamburellare le dita sul tavolo; gli spazi sono larghi, davvero da capitale; le vetrine scintillano. Noi siamo distrutti, ma gli occhi guardano nella luce delle piazze e scivolano sul Po, verso le colline, leggeri, in santa pace. La storia siamo noi.

A proposito. Mi ha ciamato A’ndo. Stanno tornando. Sono quasi arrivati a Arezzo...

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