19/06/2006
LE COSE CHE CAMBIANO
Non ho molto tempo per riflettere, in quanto le parti più brillanti del mio cervello stanno da un lato ancora festeggiando la promozione e dall'altra passano il tempo a sacramentare contro quell'idiota di De Rossi.
Ma in tutto questo è qualche sera che mi basta camminare perfino per una delle città più inqiunate d'Italia e imbirrirmi con il profumo dei gelsomini.
Ora, sarà che il gelsomino è uno dei tre fiori che riconosco (gli altri sono le rose bianche, perché da vecchio consumatore della Settimana Enigmistica so che si chiamano Tea e i crisantemi, per cercare di fare l'abitudine all'odore che sentirò più a lungo), sarà che la parte del cervello che dente gli odori è abituato all'ascella o ai piedi dopo dodici ore di lavoro (e uno dei motivi per i quali sono due anni che non porto l'orologio è perché l'odore del polso sopo un giorno a contatto col cinturino di pelle mi faceva vomitare), beh insomma 'sta storia dei gelsomini mi ha fatto pensare alle cose strane che succedono e che cambiano e ti cambiano.
Leggevo nel bellissimo giallo Una piccola storia ignobile di Alessandro Perissinotto (leggetelo e poi contattate l'autore, è cortesissimo e simpaticissimo) che un personaggio constata di aver odiato le minestre fino alla maggiore età e che invece superati i trenta non riesce a farne a meno.
E allora ecco le cose che sono cambiate e che ancora mi stupisco:
da 4 o 5 inverni mi si screpolano le mani, da gennaio a maggio; riesco a tamponare la situazione con una crema-preparazione galenica, che puzza come un'aringa in essiccazione
da 4 o 5 inverni mi si spella l'angolo del naso, quel ghirigoro che sta accanto alla narice; non ho provato la crema all'aringa perché ho ancora necessità, quantomeno per lavoro, di frequentare altri esseri umani
sul collo, sotto l'ascella e in alcune altri parti del corpo mi sono spuntati dei ciccilli di grasso; qualcuno mi aveva detto di eliminarli strozzandoli con il filo, ma non ci si riesce. Andato dal dermatologo per altri motivi, costui me ne eliminava una dozzina con un bisturi elettrico; il tizio, cui va una sempiterna maledizione per settanta volte sette generazioni, nell'eliminazione di un ciccillo sul collo mi provocava un'emorragia abbastanza cospicua che non mi portava al decesso, ma alla eliminazione per strappo di una bellissima camicia di sartoria. Alla sua proposta di agire anche su due ciccilli piccoli sulla palpebra ho risposto affermando che il look Moshé Dayan non mi affascina
quando su un menù c'è il baccalà lo prendo, sempre. NonnaLidia preparava il baccalà tutti i venerdì, ma forse vedere quelle strane cose bianche nell'acqua per un paio di giorni mi faceva sentire a disagio e non ho mai, dico mai, mangiato a casa il baccalà. Quando sono andato in Portogallo me lo sparavo anche a colazione e sentivo nonnaLidia che da dove sta mi diceva "Stefanì, te l'ero ditte ie, che era bbono"
la camicia di fuori; chi mi conosce dai tempi del liceo sa che ho partato per tutta l'università d'estate la camicia fuori dai pantaloni, abbottonata fino all'ultimo bottone, perché mi vergogavo dell'epa (e pesavo quindici chili in meno di adesso...) e mi dava fastidio mostrare l'inizio del petto villoso. Ora che la camicia fuori dai pantaloni va di moda, la metto dentro, perché ormai il sovrappeso non è più un problema soverchio e apro pure un paio di bottoni, perché da quando i fighetti si depilano, il mio gilet bicolore mi riempie d'orgoglio
E' evidente che ho presci... presceso... prescinduto... ho preferito prescindere da elementi visibili, come i peli bianchi della barba o il rantolo da maniaco dopo due rampre di scale; se mi viene in mente qualche altra variazione sostanziale integrerò il post.
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