sabato 21 gennaio 2012

14/10/2004
I MIEI RICORDI INUTILI

Ho buona memoria, questo è un dato di fatto; anzi, non è improbabile che un giorno mi diano una medaglia, alla memoria.
E la uso per fare citazioni a vanvera, per risolvere i giochi per i solutori più che abili e così via.

Ma sempre più spesso mi pongo il problema di quanti dati inutili ci siano in questa mia testolina matta.
Certo ci sono dei momenti dell'esistenza che sono pietre miliari:

- il giorno della vittoria dell'Italia ai mondiali (11 luglio 1982) avevo una maglietta nera ed un costume da bagno nero, che mi andava un po' stretto

- il giorno della mia laurea praecox (11 luglio di qualche lustro dopo) avevo una cravatta bordeaux con pallini celesti che ora mi procurerebbe una crisi di vomito

- il pomeriggio dell'11 settembre 2001 stavo in riunione con due colleghi, e saputa la notizia li ho mandati via e con il paracarro ci siamo messi su internet a guardare aerei cadere giù

Ma a volte mi tornano alla mente degli episodi e delle cose così devastantemente inutili che vorrei formattarmi.
Per cui faccio un breve inventario di alcuni dei miei ricordi inutili:

- a 4 anni andammo in montagna (ad Alfedena!) e il bambino del tavolo accanto assaggiò la minestra e disse "'Cotta" (invece di scotta); non ricordo nulla delle vacanze in montagna, ma penso che dovettero andare una chiavica perché da allora la famiglia pz non ha mai più passato un'estate che non fosse a livello del mare

- in età prepuberale, giocando d'estate (al mare, ovviamente: bravi, ve lo siete ricordato!), arriva a giocare con noi a pallone un bambino che ci sapeva fare davvero; asserì di essere un pulcino della Lazio e Pulcino finì per essere il suo soprannome. Io mi dico che, per potermi gloriare da grande di aver giocato a pallone con un futuro campione, mi devo imparare il suo cognome e ricordarmelo. Me lo ricordo ancora adesso: si chiamava Di Vizia ed è ovvio che è arrivato al massimo in seconda categoria

- mafalda potrà rammentarmi tutto l'amba aradan: ma c'era una regola dei mesi in latino che il Tantucci chiamava marmaluot (marzo, maggio, luglio, ottobre?): un povero compagno di classe finì per essere chiamato Marmaluotto per un mesetto. Ma io che ci faccio più con marmaluot? (E che ci faccio con dic duc fac fer / se andarono alla guer / se non era volo vis / ci moriva fio fis?)

- e che ci faccio con quella mattina della quinta elementare, quando ce ne andammo a correre sulla pubblica strada, io, Federì, Gabriella e Stefania (quest'ultima la bambina dei miei sogni), dopo la scuola. Perché i nostri genitori non ci vennero a prendere? E perché loro ridevano quando a una persona che ci urlò qualcosa da una casa, io mi misi a rispondere "Casomai!" (all'epoca mi piaceva usare delle parole solo perché mi piacevano anche se non ci azzeccavano un piffero: per molto tampo la mia preferita è stata 'quantunque', che riuscivo a mettere anche nelle lettere d'amore)

Ad un post successivo ed eventuale altri casi, sperando che i ricordi non si confondano con i loro cugini cattivi, i rimpianti.

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