08/03/2006
ANTONIO INOKI
Sono così vecchio che mi ricordo persino di quando il wrestling si chiamava catch.
Non ricordo quanti anni avessi, ma ero in doppia cifra di sicura e su televisioni private spuntò Tony Fusaro e il catch.
In linea di massima i lottatori erano giapponesi e portavano tutti dei pannoloni marrone a metà tra le mutande ascellari di Fantozzi e le mutande di Bridget Jones.
Il colore marrone, personalmente l'ho sempre associato al farsela sotto.
Alcuni protagonisti me li hanno ricordati coloro che hanno commentato (i primi 3) questo post sulla fiducia: i fratelli Samoa, ma io ricordo anche il cattivissimo Omanosuke Ueda e le guizzanti protagoniste del catch femminile.
Ma il grande idolo di tutti era lui: Antonio Inoki.
La prima cosa che mi faceva impazzire era il nome: Antonio.
Come se a Napoli venisse battezzato un Tetsuia Esposito e a Roma, Masako Proietti.
Innanzitutto aveva una scucchia non tipicamente giapponese, lo sguardo fiero e il pannolone marrone a lui stava una meraviglia, come la calzamaglia a un supereroe.
Quando stava in coppia con qualcuno e l'altro stava per essere schienato, un coro di ragazzine giapponesi si innalzava: "I-no-ki I-no-ki I-no-ki"; lui riusciva ad entrare sul ring e il match finiva lì.
Era atleticamente superiore, con un fisico normale contro una massa di tripponi stile sumo, veloce ma potente, senza mai indulgere a troppo spettacolo.
Io, pure alla mia allora relativamente veneranda età, ci ho messo un annetto a capire che era tutto finto; sembrava che quelli del catch le facessero veramente, le chiavi articolari e le gomitate in un occhio.
E i match sembravano veri, sembravano davvero farsi male e io mi ci appassionavo.
Poi, arrivò Hulk Hogan, the Undertaker e King Kong e altri americani e sembrò una sorta di mutazione del ti spiezzo in due.
Io restavo dalla parte dei giapponesi, come se fosse una vendetta di quei soldati che in qualche sperduto atollo del Pacifico innalzano ancora la bandiera del sole coi raggi aspettando che la guerra finisca.
Gli americani portavano lustrini, costumi sgargianti, qualcuno era truccato, addirittura tatuato, quando si tatuavano solo i marinai le ancore sugli avambracci.
Mi sembrò che si perdesse il romanticismo, la lotta vera, per dare spazio ad una finzione.
Poi le repliche finirono e l'urletto I-no-ki I-no-ki me lo sono dimenticato.
Mi è tornato in mente quando ho visto un paio di decenni tentare di affogarsi quest'estate, urlando Io sono John Cena o cose del genere; li ho visti cattivi, che se le davano davvero; non mi davano l'idea che mi dava Antonio Inoki, di un uomo giusto che arrivava e salvava i buoni contro i cattivi.
Ma mi sembrava un mondo dove ai ragazzini insegnano che il massimo divertimento è riempire di botte il più debole, farsi dei pettorali da urlo e, magari, come Eddie Guerrero, morire di overdose in un cavolo di albergo, prima dell'ennesima farsa nell'ennesima tourné.
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