sabato 21 gennaio 2012

06/12/2004
ANDREA

Non so perché mi viene in mente adesso e non ho molta voglia di fare un post triste.
Ma è che su MTV passavano una canzone dei Dire Straits e ho ripensato a una gita del quinto ginnasio, passata praticamente tutta a sentire l’Lp Making Movies, quello di Tunnel of love e Romeo and Juliet, per intenderci e il sole dell’Argentario di fine maggio e una vita davanti; e poi un’altra, con Paci che dopo il periplo della rocca di Assisi e un panino dichiara ‘Sono satollo’ e l’abbiamo chiamato Satollo per un mese.
Andrea l’ho conosciuto in quarto; dalla mia classe di terza media non è venuto fuori Einstein. Io sono andato al classico, uno al geometri, due ragazze al magistrale, uno a ragioneria; degli altri venti non so. Li ho persi tutti di vista tranne Giulio che ha un bar e Pino che ha una macelleria. Per cui quei primi giorni di quarto, io, che peraltro non avevo ancora tredici anni, li ho passati a cercare un viso, una parola, un amico, insomma.
Verso novembre eravamo amici. Amici al punto che se passeggiavamo in tre, a un cenno, cambiavamo direzione insieme e lasciavamo l’altro da solo; amici al punto che ci vedevamo tutti i giorni alle quattro e passeggiavamo due-tre ore, tutti i giorni, a parlare di qualsiasi cosa; con lui ho giocato a scacchi fino a quando riuscivo ancora a vincere una partita su quattro, con lui ho sentito per la prima volta Bob Dylan, che è stato l’inizio di tutto; perché poi, Bruce, gli U2, Tom Waits e tutto il resto è venuto dopo.
Intenderci con uno sguardo, spesso era diventato più semplice che parlare, soprattutto quando c’era qualcun altro.
Eravamo indivisibili, sapevamo tutto l’uno dell’altro: ci è mancata l’iniziazione sessuale insieme, ma sinceramente a quei tempi ci sembrava un particolare. La prima persona a sapere della prima fidanzata (qualcuno ricorderà la mitica ragazza che alla mia frase ‘Mi piaci moltissimo’, rispose con un criptico ‘Anche A te’) è stato Andrea, che mi disse “Prima!”, che vuol dire in italiano prima, ma in tedesco “Bravo!”.
Lui è stato il primo a sapere che avevo perso Dio, lui capiva quando facevo la vittima (il mio peggior difetto, tuttora, se la pigrizia non è un difetto) e mi trattava di conseguenza, lui non è mai stato indulgente con me
Progettammo di scrivere un libro insieme che avrebbe parlato di uno che si chiudeva in sé stesso e poi perdeva la chiave.
L’11 luglio 82, quando l’Italia ha vinto i mondiali, eravamo insieme.
Di tante battute che ha fatto me ne ricordo una orrenda: “Su uno traccia una linea su una lavagna e poi la abbotta di mazzate, cosa ha fatto? Ha suonato il piano”. Ah no, me ne ricordo pure un’altra: “Cosa hanno in comune Torino, Ivrea, Milano e Rieti?” “?” “In comune hanno gli impiegati, il sindaco e così via...”
Poi abbiamo visto i concerti insieme, i tre decisivi per noi in quegli anni: Bob Dylan, Bruce e gli U2.
Poi lui si mise con V. e, cazzo io mi ricordo che ci si mise insieme il 21 marzo, perché poi si ripromisero che se si fossero lasciati si sarebbero incontrati in un determinato posto il 21 marzo del 2000.
Ma Andrea sta in Olanda, ormai e V. collabora alla sceneggiatura di Centovetrine, se le informazioni che ho a disposizione sono veritiere e il 21 marzo del 2000 io ci ho pensato a loro due. Non penso che loro ci abbiano pensato.
Il suo orale alla maturità (unico 60 quell’anno) è entrato negli annali: allo scritto di italiano gli avevano messo 10, perché 11 non era contemplato e all’orale spaziò dall’indeterminatezza di Heisenberg agli impressionisti, da Svevo alle scritte sui muri e penso che un paio di commissari, dopo quell’esperienza, chiesero di andare in pensione, perché avevano avuto tutto dall’insegnamento.
Poi lui ha fatto ingegneria, perché, differentemente da me, una passione ce l’aveva davvero: e come per gli scacchi, che ci girava le città per un manuale sul gambetto di donna, tutto doveva girare secondo una qualche logica, secondo quello strano barlume di ragione e solidità che sta dentro ad ogni ingegnere che si rispetti.
Lui c’era il giorno della mia laurea; io c’ero il giorno della sua, che, da quello che mi ricordo, trattava del moto di un’aspirina in bicchiere.
Sta in Olanda, ora, all’Ente spaziale europeo, o alla Nasa: quando qualche missile parte e regge senza esplodere in Guyana, sono contento per lui.
Per me lui era e resta il cilindro di platino-iridio depositato a Sèvres, quello che serve per definire esattamente cosa è un metro: lui è l’unità di misura di tutte le amicizie successive.
E come quei disperati che hanno perso la donna della loro vita e la cercano in ogni volto, che pensano di vederla alla fila della cassa al supermercato, sul 38 barrato all’ora di punta, che pensano di vederla dentro una folla, io continuo a cercare negli amici che ho ora qualcosa che somigli alla nostra telepatia.

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