01/12/2007
MI FACCIO DANTE A LETTO
Gli scalini per salire al liceo erano e sono 112.
Quando facevo il liceo, nonostante il mio peso fosse attorno ad un numero da paura, arrivavo sopra i 112 gradini come la rosa fresca aulentissima.
Ecco la frase di cui al titolo me la ricordo chiara e stentorea, attorno al gradino 102 o 103 in una mattina di primavera, all'uscita, parlando con il mio Amico Andrea dei compiti per il giorno dopo.
"MI faccio Dante a letto".
Quando bisognava studiare un canto per il giorno dopo mi impigiamavo e mi studiavo Dante prima di dormire.
Come molti sanno al liceo non ho fatto un'emerita ceppa: il professore di italiano e latino non interrogava, la ... di greco faceva le interrogazioni programmate, il numero di professori di storia e filosofia avuti nel triennio è pari al numero di presidenti del consiglio in Italia negli anni 70.
Risultato: ho passato il liceo classico a studiare matematica, fisica e scienze.
Arrivato a un passo dall'esame di maturità capii che non sapevo la ceppa di cui sopra e quindi mi misi (per la prima volta nella vita) a studiare sul serio: 13, 14 ore al giorno, solo italiano e greco.
Qualche sera prima dell'orale, con D (sì proprio lui, D di D&V) e Andrea andammo a mangiarci una pizza e a farci le dieci domande più assurde dei programi di italiano e greco: il nome del figlio di una delle Siracusane (che, e non c'ho bisogno di Wikipidia, si chiamavano Gorgo e Prassinoe), chi ha scritto gli immortali versi "Triste per il cane assaggiar le salsicce", come si chiamava la cugina alla quale Ippolito Nievo scriveva lettere d'amore durante la spedizione dei Mille (e chi sonosce le risposte mando una foto del primo piano del lobo del mio orecchio sinistro).
Insomma tutta questa miniautobiografia per dire che io, porcodiuncane, conoscevo a menadito i canti del Paradiso che ho studiato per la maturità (con una evidente predilezione per e proverai sì come sa di sale / lo pane altrui e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale) e molto meno il resto.
Ho provato invidia per un collega che non sa mettere due parole di italiano una appresso all'altra, ma che recitava con fluidità inattesa ricordati di me che son la Pia.
All'università ho comprato una Divina Commedia della Newton & Compton, 100 pagine e mille lire: all'epoca fece scandalo perché è, ovviamente scritta senza commentario e ha i caratteri uguali alle clausole di un contratto di assicurazione rc auto.
Ma è bellissimo aprirla, buttarsi sul divano e leggersi ad alta voce l'orazion picciola, o il primo canto dell'inferno o un canto a caso.
Sei mesi fa Vittorio Sermonti in Tv lesse il canto del conte Ugolino (poscia più che 'l dolor poté il digiuno) e mentre i brividi (che c'ho pure mo' che ci ripenso) mi facevano il giro del corpo, ciabatte da infermiere comprese, prendo la mia divina commedia e lo seguo passo passo.
L'altro ieri Benigni.
Una decina d'anni fa Benigni andò da Augias alla trasmissione sui libri e recitò, come lo chiamò lui, il Dantammente. Cioè recitava il quinto canto dell'inferno di Dante senza leggerlo, come se fosse infuso in lui. A un certro punto non si ricordò un verso e Augias glielo suggerì.
Finì cadendo come corpo morto cade e per trenta secondi ci fu un silenzio enorme, gonfio di eterno, straziato ed ebbro.
E poi un applauso.
Come l'altro ieri (e ieri in replica): il quinto canto è brivido, è l'immane, incredibile, eterno mistero del perché si possa essere dannati per sempre per amore.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com' io morisse.
E caddi come corpo morto cade."
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