Sì, è vero, sono un imbecille; ho aspettato che Rigoni Stern morisse; eppure Il sergente nella neve mi ha spesso occhieggiato dagli scaffali delle librerie.
E pensare che c'è stato un periodo, quando stavo preparando la tesi, che passavo i pomeriggi a andare a guardare il fronte a Cassino o mi perdevo tra le croci del cimitero polacco di fronte all'abbazia.
La passione mi venne leggendo La pelle e Kaputt di Malaparte; ho letto di tutto, dagli orrori di Se questo è un uomo al pezzo dell'autobiografia di Luciano De Crescenzo, che racconto che uno zio folle, quando i tedeschi risalivano l'Italia, suggerì alla famiglia di sfollare a Cassino, acquistando così due biglietti in prima fila per una delle più cruente battaglie di tutti i tempi.
Il sergente nella neve mi ha fatto piangere; dopo settimane di marcia gli alpini per riuscire a tornare in Italia devono fare un'ultima battagli in un villaggio, Nikolaevna, un villaggio che nessuna carta riporta.
E c'è tutto l'assurdo della guerra; il fatto semplice e atroce del tuo compagno di isba, di paglia, di freddo e di pidocchi che muore e tu che vivi e non sai perché.
La storia dell'Armir in Russia è semplicemente la storia dei soldati come carne da macello, dell'inutilità e della crudeltà. L'istinto e mandarci i bush, gli hitler, i silvio, i blair, i capi e capetti di ogni giorno, a stare un mese in un caposaldo a mangiar polenta, a guardare il Don ghiacciato, a tornare a 40 sotto zero nella steppa, a piedi, verso casa.
E il momento più bello e più atroce è quando a Nikolaevna, il sergente maggiore Rigoni Stern, nel pieno della battaglia, entra in un'isba in cerca di cibo; nell'isba, una famiglia russa e due soldati dell'armata rossa, che mangiano; ma nessuno spara, nessuno urla; la famiglia russa offre da mangiare al sergente maggiore italiano.
Lui mangia e se ne va, torna nel vivo della battaglia.
Ma per un attimo i nemici sono tornati uomini, sono tornati fratelli; perché tra fratelli l'odio non esiste.
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