sabato 21 gennaio 2012

29/09/2005

L'ASSASSINO E LA BAMBINA

Lui era il classico ragazzo prepotente.
Noi giocavamo a pallone, le mattine di giugno, sotto la chiesa; il cancello rosso era una porta, il pilastro della chiesa e la tuta di Eric l'altra porta.
Arrivavamo presto, le nove, alcuni giorni le otto e mezza.
Avevamo quattordici anni e dovevamo ancora decidere tutto; ad esempio, se entrarci qualche volta, dentro la chiesa, o fermarci nel parcheggio.

Verso le dieci arrivavano quelli di diciassette, diciott'anni. Una decina. Il nostro Super Santos lo prendeva uno di loro; volevamo quella specie di campo; cacciavano un altro pallone.

Uno, mi pare si chiamasse Bernardo, diceva: "Adesso i grandi siamo noi e voi ve ne dovete andare; quando avrete la nostra età caccerete i ragazzini e giocherete voi".
Io, che ero il più piccolo, ma il più saccente, qualche volta ho rischiato gli schiaffi. Alla fine la cosa migliore era arrivare prestissimo e giocare oltre un'ora e poi lasciare il parcheggio ai più grandi.

Lui aveva diciott'anni, ma era bassino, alto quanto quelli di noi che si dovevano ancora sviluppare. E anche grassoccio; quando ci volevano togliere il campo, era quello che ci fregava il pallone.

Nella mia città allora c'era una sola famiglia di delinquenti. Questo rendeva tutto più facile: bastava starne alla larga ed era fatta; se succedeva qualcosa, furti, piccolo spaccio, qualche prestito a tasso eccessivo, beh, erano stati loro.
Erano sette, otto fratelli e li comandava P.

Qualche anno dopo gli anni delle partite sotto la chiesa, lui era entrato nel giro di quella famiglia e ogni tanto la foto stava sul giornale.
Una sera, non ricordo perché, lui e un altro vanno a casa di P. e per qualche motivo gli sparano.
Alla gamba. Non vogliono ammazzarlo, soltanto intimorirlo in nome e per conto di qualcun altro.
Ma lo beccano all'arteria femorale e P. muore così, sul pianerottolo di casa, dissanguato.

Lo arrestano, gli danno otto, dieci anni; il più piccolo della famiglia di P., ancora minorenne, cerca di ammazzarlo con una balestra, una mattina, mentre lo portano dal carcere al Tribunale.

Questa era l'ultima traccia che avevo di lui, non saprei dire di quanti anni fa.

L'ho visto domenica, alla partita; ha un codino ed è più grasso di allora; una moglie, più grassa di lui, con una di quelle permanenti bionde che avevano le quattrocentiste della Germania Est.

In braccio a lui, una bambina. Quattro, forse cinque anni.
Abbracciata al papà, come qualunque bambina abbraccia il suo papà. Stretta stretta.

Li ho guardati e ho pensato che è una storia vera.
Non ho un'idea, non ho un giudizio.
Lei stava proprio stretta stretta.

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