15/02/2006
LA RAGAZZA DAI CAPELLI ROSSI E SENZA ORECCHINO DI PERLA
Quando avevo qualcosa tipo radice quadrata di 225 anni o giù di lì, scrivevo con la punta dell'ombrello bagnata sul selciato davanti casa la parola MARE; nel mio delirio di allora era l'acrostico delle quattro ragazze che mi piacevano, tra l'altro nel preciso ordine di preferenza: M. A. R. e E.. (la battuta di Woody Allen è immediata: dovrei sposare W.? No se non mi dirà le altre lettere del suo nome!; qui però un po' di praivasi non guasta e quindi non dirò i nomi per completo.).
All'epoca ero rigoroso per le ragazze che mi piacevano: dovevano essere non fumatrici, non avere i capelli tinti (chi non ha il coraggio del colore dei propri capelli, è in grado di fingere su tutta la linea, chiosavo) e fare il liceo classico, possibilmente con una media uguale o superiore al 7.Ora, a distanza di qualche lustro, il mio tipo di donna è un po' più banale: non dico che debba proprio respirare, ma che almeno non tutto il corpo sia stato raggiunto dal rigor mortis.
In realtà solo E. delle quattro riusciva a superare il sette di media, ma fui scartato ad una festa: mi piaceva da pazzi Avalon dei Roxy Music (che ho, incredibbile amisci, sentito alla radio oggi pomeriggio e per questo sto vergando queste righe) e lei lo sapeva e quando il diggei la mise su, lei mi si avvicinò con un sorriso e con le braccia non dico spalancate, ma almeno socchiuse. Io non ricordo precisamente la mia reazione, ma so che la possibilità della storia finì lì e quindi... . A. aveva il classico atteggiamento di celhosoltantoioeperlatroèpuredoro e non ricordo che andammo mai oltre un mio maldestro tentativo di invito a un giro sul vespone.Andò più o meno così:A.: ciao Stefano. stefanopz (riuscendo a malapena a frenare il vespone senza cadere): ciao A.A. : hai il vespone, non lo sapevo...stefanopz: oggi è una delle prime volte che lo prendoA.: un giorno di questi mi fai fare un girostefanopz: per la verità non ho ancora il patentino
R. diventò un'amica: una volta andai a trovarla al mare e aveva appena perso una collana in mezzo ai cavalloni e la madre s'era incazzata e io trovai R. sul limite delle lacrime."Andiamo a fare due passi" le dissi. "Ok" mi disse lei.Ci facemmo un mezzo chilometro io con la mano sulla spalla e lei abbastanza abbandonata sulla mia spalla, a piangere e parlare male della mamma.Al ritorno ci salutammo. Io me ne andai cantando per quella passeggiata abbracciati, ma poi non andai a trovarla per tutta l'estate, non ricordo perché.Quando tre-quattro anni dopo riparlammo di quella passeggiata, lei si ricordava a malapena e comunque mi disse che non aveva assolutamente capito che mi interessava. Comunque, ribadisco, siamo diventati amici e quindi non mi lamento.
M. aveva i capelli rossi, ricci, occhiali (abbastanza spessi) con una montatura rosa abbastanza anni ottanta e un bel visino.Era appassionata di Paul McCartney, per quel che ricordo e uscì dal primo liceo con una simpatica media del 6; ci ballai la prima volta, come ho detto qualche mese fa, una notte di luglio, al suono, all'epoca soave di Arthur's Theme di Christopher Cross e la sensazione che si lasciasse stringere abbastanza languidamente non mi abbandonò per quei pochi minuti.Il giorno dopo partì per le vacanze estive, San Benedetto del Tronto, città che da allora odio quasi quanto odio berlusca.
Le chiesi di mandarmi una cartolina e me ne mandò una con le palme con scritto il seguente, epocale, testo: "Salutoni, M.".Davanti ad una confessione così sperticata della sua infuocata passione per me, io non potevo restare inane.A ricreazione la fissavo da lontano e a volte riuscivo a trovare una scusa per parlarle del tempo, e a volte, quando ero particolarmente in forma, anche dello spazio.Usciva raramente e questo comportava che le possibilità di abbordaggio si limitassero alla mattina, anche perché la mia timidezza era tale che non sarei mai riuscito a telefonarle per invitarla da qualche parte, tipo in sala giochi o, addirittura, al cinema.
Finalmente arrivò Carnevale e io vengo a sapere che lei sarebbe andata ad una festa in maschera; io forse mi travesto, forse no, questo particolare non mi sovviene.Lei arriva, vestita da squaw, con i capelli rossi legati con le due trecce dietro che sembrava la cugina irlandese di Pocahontas.Era davvero bella a rispensarci. E non ci fu dubbio alcuno sul fatto che guardava dalla mia parte, verso di me.La invitai a ballare, forse quella che si intitolava I won't let you down o qualcosa del genere.Mi piaceva, diavolo se mi piaceva; era consistente e mi smbrava quasi un assurdo che ballando le potessi stare così attaccato, mentre durante la giornata non riuscissi ad andare oltre cirri e cumulonembi.
La invitai una seconda volta, e la sentì un secondo più distante; dopo di che cercai di parlarle un po', ma si finiva a parlare di quanto era scemo il professore di storia dell'arte e cose del genere.Io, a quell'epoca, credevo che quando due persone stanno insieme smettono di parlare delle cose normali e hanno un codice tutto loro, una sceneggiatura particolare, parole che si nutrono di sentimenti. Pensavo che da un momento all'altro sarebbe successo una specie di miracolo, una luce azzurrina sarebbe scesa su di noi e boh...
Comunque la festa finì e io me ne andai sul vespone (nel frattempo avevo preso il patentino...) tutto contento per i due balli concessi e sperando di riuscire a intercettarla per una festa successiva.
La mattina dopo arriva davanti a scuola e mi passa davanti, senza degnarmi di uno sguardo. Io all'epoca avevo interiorizzato un po' troppo il giovane Werther e soffrire di mal d'amore mi sembrava terrificantemente romantico.
Ci stetti male per quel silenzio, per quella noncuranza, ma mi sentivo un eroe dell'ottocento.
Ci ho messo anni per capire, per capirla; forse ho capito tutto oggi pomeriggio sentendo Avalon.
La ragazza dai capelli rossi, l'ho rivista per caso un paio d'anni fa a Sabaudia, seduta ad un bar e non mi è sembrata che fosse uscita in quel momento da un film di Doris Day; adesso forse riuscirei a parlarle anche di millibar e delle aurore boreali.
Ma ora so che quel silenzio di quella mattina significava semplicemente che non ha nessun senso una vita vissuta col freno a mano tirato.
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